L’analisi Per sopravvivere Amman cambia rotta e avverte Israele

Nella notte di martedì scorso, nelle tenebre mediorientali, Ehud Olmert e il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak sono andati in visita al palazzo di re Abdullah ad Amman, invitati d’urgenza. Il giovane sovrano ha poi convocato nel palazzo di Aqaba giovedì il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen. Cose importanti? Per carità. Il primo ministro israeliano ha persino negato che l’incontro abbia mai avuto luogo, ma l’implacabile stampa israeliana ha scoperto tutto: Abdullah ha chiesto drammaticamente a Olmert di trattenersi dall’entrare a Gaza con l’esercito nonostante la pioggia di Kassam lanciati da Hamas che di nuovo perseguita le città di Sderot, Ashkelon e i kibbutz (ieri ci sono stati altri lanci): sappiamo che ponderate l’invasione di Gaza anche per aiutare Abu Mazen, ha detto il re, ma non fatelo, questo metterebbe la Giordania in grave pericolo, forse darebbe fuoco a tutte le polveri del Medioriente. I palestinesi, ha detto, che rappresentano il 75% della popolazione, si rivolterebbero contro la nostra pace con voi; la Fratellanza islamica egiziana, gli Hezbollah, la Siria e l’Iran, tutte le forze estremiste affiancherebbero Hamas. Olmert ha risposto che a Israele la sorte del regno hashemita sta molto a cuore, e che la valutazione dell’intervento eventuale terrà ben presente i desideri dell’unico Paese che ha firmato una pace con Israele, oltre all’Egitto.
E ora, traduciamo la vicenda in lingua mediorientale: Abdullah è, sulle orme di suo padre re Hussein, un rais molto filoccidentale; e la sua casa regnante, sempre fragile fra le brame di molti falchi del deserto, ha potuto sempre contare sull’appoggio americano. Ma qui Abdullah cambia, con molto garbo, posizione, e questo la dice lunga sullo stato dell’islam moderato, che vede l’Iran sempre più vicino alla bomba e l’Islam estremo sempre più armato. Le cose sono cambiate: oltre a ripetuti attacchi di Al Qaida sul suo territorio, il re ha visto il rafforzarsi di tutti gli estremisti e si sente in pericolo: dall’Iran alla Siria, ai loro amici, gli Hezbollah e Hamas, tutti mostrano i denti mentre la parte moderata appare più fragile. Gli americani annunciano, fra molti mea culpa, la loro uscita dall’Irak, e la crudele logica di questa parte di mondo li identifica come perdenti; Israele è uscito male dalla guerra del 2006; Abu Mazen è un interlocutore incerto, specie alla conclusione del suo mandato, il 10 di gennaio. Ha annunciato che non lascerà la presidenza, e Hamas allora minaccia una rivoluzione della West Bank che potrebbe distruggere Fatah o con le armi o con le elezioni. Abdullah sente che il suo fronte è vulnerabile, e con questa richiesta di non attaccare Hamas lancia un messaggio ai palestinesi: se accadrà io non c’entro. E ne lancia un altro al mondo: avete così pochi amici, e ve li giocate con la vostra debolezza e col rifiuto di combattere la marea montante del terrorismo. Anche la debolezza di Israele, davanti alla rottura della tregua, lo getta nelle braccia di Hamas e di fatto sfavorisce Abu Mazen. Peccato.