L’anatema laicista di Scalfari

Sandro Bondi *

Eugenio Scalfari non riesce proprio a produrre un pensiero originale che sia uno: sempre schiacciato sul conformismo agghiacciante. Nella sua ultima, chilometrica articolessa, su la Repubblica del 30 settembre, torna per l’ennesima volta sulla «questione cattolica». E, ancora una volta, la montagna partorisce il topolino. L’unica cosa davvero gigantesca è la noia, dopo la lettura di questi sermoni di fine settimana, con una unica parte a farla da padrona, l’Io, ormai sconfinato, dello Scalfari, che, in pompa magna, si diffonde su tutto lo scibile umano. Dunque, volendo trovare qualche brandello di argomento in questa miscela di banalità e luoghi comuni sulla «questione cattolica», Scalfari sostiene, in ordine: 1) che la «questione cattolica» pone un serio problema alla democrazia, un «conflitto intenso e permanente», dal momento che, nientemeno, ci sarebbero i Vescovi e il clero a parlare di cose che esorbitano, a detta del Vate Laico, dalla sfera religiosa, la quale, ovviamente, riguarda strettamente la sensibilità privata degli individui e mai, in nessun caso, la sfera pubblica; 2) non basta: dal momento che i Vescovi osano parlare, perché mai, allora, non si candidano al Parlamento della laicissima Repubblica? Ovvio, constata il Nostro: perché non possono e proprio in quanto sacerdoti e uomini di Chiesa (straordinario e originale pensiero!); 3) avviene una cosa assolutamente negativa, in Italia: la Chiesa è addirittura una struttura lobbista, sì, si comporta come Billè, che cerca i voti dei consumatori; la Chiesa cerca i voti di tutti, a destra e a sinistra, e infatti tutti sono proni al Soglio di Pietro: un grave scandalo, conclude l’Oracolo dell’Ateismo di Stato. Ora, per l’ennesima volta, con l’ennesimo atto di pazienza nei confronti di questo giornalista che studia poco e male, tanto la storia, tanto la teologia (anzi, questa non la conosce affatto), vediamo di fare un po’ di chiarezza.
Sul primo punto: la cosiddetta «questione cattolica» è tanto poco un ostacolo alla democrazia che è proprio grazie ad essa, cioè grazie all’ingresso delle masse cattoliche del popolo italiano, che la democrazia si è davvero allargata, trovando nuove forme di rappresentanza non soltanto istituzionale, ma anche sociale. Scalfari dovrebbe avere almeno sfogliato qualche pagina della Rerum novarum e della più tarda enciclica di Giovanni Paolo II Laborem exercens. E mi auguro che abbia letto almeno qualche capitoletto dei saggi di Jacques Maritain sul nesso tra il cristianesimo e la democrazia. Come spero che abbia almeno qualche rudimento della teoria personalista della democrazia di Mounier. Tutti fondamenti della moderna «questione cattolica», che, come è universalmente noto, almeno al di fuori del becero provincialismo laicista italiano, è ben più corposa e complessa della «sindrome di Porta Pia».
Sul secondo punto: l’Ordine Sacro impedisce l’esercizio dell'attività laica della politica, nel senso della separazione degli ordini storici ed oggettivi, ma ciò non impedisce affatto né ai Vescovi, né ai sacerdoti, di parlare diffondendo i principi cristiani come fermento e sale dello sviluppo delle società occidentali e democratiche. Anzi, questa prerogativa, che ogni Costituzione laica sancisce, è oggi considerata un attributo di alta civiltà democratica da esponenti certamente non in odor di sagrestia, fra i quali molti gruppi di radicali italiani e transnazionali, che si battono per l’allargamento della libertà religiosa nel mondo. Forse Scalfari fa parte di quei laicisti che, per affermare il proprio personalissimo verbo, sentono impellente l'urgenza di impedire agli altri di esprimere il loro. Ma questo modo di fare è illiberale, a partire dai principi di Locke, non dalla Summa di san Tommaso d’Aquino. E veniamo al terzo ed ultimo punto: la Chiesa è lobbista? Volendo radicalizzare il paradosso di Scalfari, si potrebbe dire: sì, e allora? Ma si può evidentemente andare ben oltre il paradosso e dire, senza tema di smentita, che la Chiesa nasce sulla base del principio teologico e religioso dell'Incarnazione del Verbo di Dio, e questo avvenimento è così totalizzante che non può essere ridotto alla sfera intima o peggio ancora intimistica, in quanto coinvolge ogni aspetto dell'esistenza umana, dal privato al pubblico. Non solo. La Chiesa ha anche sempre affermato che l’Incarnazione, al pari della realtà del Dio Unitrino, sono sì realtà non limitabili alla sola dimensione razionale, ma non per questo irrazionali, cioè frutto di illusioni misticheggianti prive di qualsiasi relazione con l'intelletto. Che, infatti, in quanto intelletto, può compiere l’atto di fede nell'Incarnazione e nella Trinità. Ciò significa che la Chiesa, quando parla di religione come di etica e bioetica, si rivolge alla ragione dell'uomo, non tanto all’esclusiva dimensione della fede. Dunque, la questione, da privata, diventa assolutamente pubblica. Perché la ragione produce sempre un effetto con conseguenze tangibili sul piano collettivo. Uno dei cardini della dottrina cristiana, non a caso, è dato dal rispetto dell'individuo e dei suoi diritti fondamentali e, in senso più ampio, della vita come luogo sacro di espressione di azioni e sentimenti. Se la Chiesa non si esprimesse su questi temi, o se li limitasse alla sfera privata, verrebbe meno al suo magistero. Oltretutto la condivisione, o l'adesione, alle tesi degli esponenti del credo cattolico, è assolutamente libera. Non vi sono coercizioni od obblighi: ciascun cittadino è libero di coltivare le proprie convinzioni e di aderire o no alle indicazioni ecclesiastiche. Questo della libertà di scelta è un tema che Scalfari, maliziosamente, ignora. Ma è, invece, il tema fondamentale, quello che differenzia uno Stato laico, nel quale ogni idea può essere manifestata, discussa, accettata o rifiutata, da uno Stato fondamentalista, che nega il diritto di parola ai dissidenti.
Ed è questo che vorrebbe, alla fin fine, Scalfari: negare il diritto di espressione a quello che, per milioni di italiani, è un punto di riferimento e una guida. Si giunge dunque ad un curioso paradosso: che, per l’ex direttore di Repubblica, chiunque può intervenire nel dibattito pubblico, sia esso uomo politico, esponente della cultura o della società civile, tranne chi esprime un credo religioso. Proprio un bell'esempio di liberalità, proprio un bel contributo alla pluralità del dibattito civile! Credere, infine, che lo Stato, per essere «laico», debba diventare una sorta di deus mortalis, come voleva Hobbes, equivale ad innalzare l’ateismo a religione appunto di Stato. Ma questo è, di fatto, un confessionalismo larvato; un confessionalismo bigotto che Scalfari sta tentando di propinarci da qualche tempo a questa parte. Non sarebbe ora di cambiare registro, usando qualche argomento un pò più serio e decente?
* Coordinatore nazionale di Forza Italia