Con l’«Andrea Chénier» il Carlo Felice si guarda allo specchio

Se la situazione del nostro teatro dell'opera non fosse tragica, ci sarebbe quasi da sorridere alle sottili affinità che legano quell'imponente affresco storico che è «Andrea Chénier» alla realtà attuale del Carlo Felice. Una classe che sperpera ricchezze e\ «fondi» della nazione Carlo Felice e la conseguente rivolta del popolo dei sindacati, protesta per principio legittima, ma che pian piano diventa la ghigliottina trancia teste non solo di sovrintendenti, ma anche di lavoratori. Risultato: terrore diffuso che sfocia nella morte, altrimenti detta chiusura definitiva per fallimento. Quindi da sorridere c'è ben poco. Martedì sera l'opera di Giordano è iniziata all'ingresso del teatro: artisti in costume hanno distribuito al pubblico volantini di protesta, chiedendo una volta ancora la soluzione definitiva dell'annosa questione Fondo Pensioni, denunciando le passate gestioni della Fondazione e contestando i tagli governativi al settore dello Spettacolo. Niente di nuovo rispetto agli ultimi mesi, sembrerebbe, ma con il consuntivo 2008 alle porte, tutto prende una piega diversa. Ardua assai da appianare. Questione Fondo presumibilmente a bilancio, impossibilità di accendere un mutuo per saldare il debito milionario, dipendenti ed ex dipendenti sempre più inferociti, decisi a non mollare; il tutto tra le dichiarazioni ottimistiche di Marta Vincenzi, quelle un po' meno rosee di Claudio Burlando e quelle realistiche di Giuseppe Ferrazza, che a fine aprile deve chiudere i conti. Ma passiamo all'«altro» spettacolo, quell'«Andrea Chénier» che suggella quest'anno la stagione lirica del Carlo Felice. Ultima opera in cartellone (seguirà solo un balletto), questo Chénier di pregevole allestimento casalingo (lo stesso del 2001) ha ottenuto martedì sera un grande successo di pubblico. Lamberto Puggelli ha firmato una splendida regia, semplice, discreta e allo stesso tempo di grande effetto. Rispettoso del libretto e attento alla sensibilità dell'opera, Puggelli ha sottolineato ora l'ironia sottile ora la pregnante drammaticità con movimenti essenziali dei protagonisti e delle comparse, sempre perfettamente compatibili alla musica, senza esagerazioni o enfatizzazioni gratuite. Complici naturalmente le scene (Bregni) e i costumi (Spinatelli), che con macchie di tricolore francese intorno a monumentali ghigliottine hanno espresso tutta la fame di vendetta e libertà dei rivoluzionari. E complice anche la direzione di Daniel Oren, (nonostante i soliti fastidiosi grugniti dal podio) che con enfasi e fluidità musicale ha rivestito il palcoscenico di un manto sonoro adeguato allo spirito dell'opera. Cast buono, con una nota di merito al soprano Hui He (Maddalena), che nel complesso ha dimostrato fine sensibilità interpretativa e ragguardevoli doti vocali (sicuramente in evoluzione), con una toccante esecuzione de «La mamma morta». Indiscutibile la presenza scenica del baritono Renato Bruson (Gerard), che onora i suoi cinquant'anni di carriera con un'immutata sensibilità espressiva e un'impeccabile dizione. Alti e bassi per il tenore Piero Giuliacci (Chénier), chiamato a sostituire Marcello Giordani colto da improvvisa indisposizione; la migliore sua prova la romanza del primo quadro.