L’anestesia ha un nuovo volto

L'anestesia ha un nuovo volto. In questi ultimi anni le continue innovazioni di metodiche e di processi l'hanno trasformata. Oggi, come dicono gli americani, si ricorre alla MAC, Monitored Anesthesia Care, una procedura costruita sulle necessità del paziente.
Quasi cento anestesisti e rianimatori europei (15 i relatori giunti dagli Stati Uniti, dal Canada, dalla Svezia e Danimarca, dalla Norvegia, dalla Spagna) si incontreranno ad Abano Terme da domani a martedì presso il Centro congressi dell'hotel Alexander Palace per discutere sulla gestione ottimale del paziente da sottoporre a intervento chirurgico. Organizzatore di questo incontro scientifico al quale parteciperanno i più autorevoli anestesisti europei ed americani è il dottor Giorgio Davià, responsabile del dipartimento di anestesia e rianimazione della Casa di Cura di Abano, una struttura polispecialistica presidio ospedaliero dell'Ulss 16 di Padova, dove si eseguono oltre 10mila interventi chirurgici all'anno e mille parti nell'area di ostetricia. Proprio nelle sale operatorie della Casa di Cura lunedì mattina saranno eseguiti numerosi interventi che verranno seguiti in diretta dalle sale del congresso e commentati da noti chirughi e rianimatori. Presidenti del congresso sono il professor Paul White dell'università del Texas e il dottor Giovanni Pittoni, primario di anestesia dell'ospedale di Padova.
In questi ultimi anni la gestione del paziente prima, durante e dopo l'intervento chirurgico, è cambiata profondamente. «L'organizzazione dell'intero processo anestesiologico è stata ripensata. Oggi - precisa il dottor Davià - dopo la prima visita al paziente già si scelgono in fase intraoperatoria le procedure da adottare per sconfiggere il dolore. Si individuano i giusti farmaci e si decide in anticipo quando somministrarli». Il paziente durante e dopo l'intervento non deve soffrire, sostengono gli anestesisti. «Non deve neppure essere frastornato e intontito dall'anestesia», dichiara Davià, ricordando che proprio per questo vanno applicate, quando possibile, metodiche di anestesia locale e logo-regionale che garantiscano il controllo del dolore. All'anestesia generale si deve ricorrere solo quando è proprio indispensabile e deve essere sempre «leggera», in modo da garantire solo il sonno ed eventualmente la paralisi muscolare. L'obbiettivo è il recupero tempestivo di tutte le funzioni vitali. «Dopo 12-15 ore dall'intervento di chirurgia maggiore il paziente - afferma Davià - sta in piedi e dopo pochi giorni quasi sempre può tornare a casa. Negli anni Ottanta si sono introdotti sistemi di monitoraggio delle funzioni vitali del paziente durante l'intervento, associandoli all'esperienza clinica del singolo anestesista nella gestione intraoperatoria del malato. Si sono inoltre scoperti nuovi farmaci con una azione efficace, ma di breve durata nel tempo. Il metabolismo non veniva così alterato per 24 o 48 ore. All'inizio degli anni Novanta si sono compiuti nuovi passi avanti con l'introduzione di materiali sofisticati per l'anestesia locale e loco-regionale che hanno consentito di annullare o quasi le complicanze legate alle procedure. L'anestesia spinale un tempo portava spesso a gravi cefalee invalidanti che costringevano il paziente a letto per più giorni. I nuovi aghi permettono ora di effettuare l'anestesia e di decidere le dimissioni dopo 4-6 ore dall'intervento». Ai progressi in campo anestesiologico si sono associati quelli altrettanto, se non più importanti, chirurgici: la chirurgia, sta diventando sempre meno invasiva con l'impiego della laparoscopia, del robot, delle tecniche endoscopiche e endovascolari. La chirurgia urologica ad esempio impiega sempre più il robot nella cura dei tumori prostatici. Oggi queste metodiche, soprattutto negli Usa, sono diventate routinarie: oltre il 60 per cento degli interventi chirurgici è effettuato in day surgery, cioè con il ritorno a casa del paziente in giornata e comunque non oltre le 23 ore, cioè con una sola notte di ricovero. Si sono inoltre abbandonate antiche convinzioni come quella che l'ambiente ospedaliero possa offrire una maggiore protezione.