L’angelo dei malati: vorrei aiutarli a morire

Luciano Gulli

Non conosco Carolina Welby. Ne ho solo sentito la voce al telefono. E la sensazione è di avere parlato con una donna serena, matura, equilibrata, mai polemica, non ideologizzata. È a favore dell’eutanasia, Carolina. Ma lo dice piano, e in qualche modo controvoglia. Perché il mestiere che ha scelto è quello di aiutare la gente a vivere. Carolina ha 38 anni, due figli di 10 e 4 anni, ed è la nipote di Piergiorgio Welby, il malato che con la sua lettera al presidente Napolitano (e la risposta di quest'ultimo) ha riaperto il tema lacerante della vita e della morte, quando la vita (così pare a molti) non vale più la pena di essere vissuta.
Carolina Welby è infermiera. Lavora a Orvieto, alle dipendenze della Asl di Terni, in una struttura che si occupa di «assistenza domiciliare integrata». Tra i suoi «clienti» ha avuto Luca Coscioni, l'esponente radicale ucciso lo scorso febbraio dalla sclerosi laterale amiotrofica che lo aveva aggredito quand’era poco più che un ragazzo.
Carolina lo ha visto morire, Coscioni. Ma ne vede morire tanti, come lui, un poco ogni giorno. Lei li aiuta a vivere. Ma se potesse, li aiuterebbe anche a morire.
Dicono che Coscioni, il malato Coscioni, fosse di quelli arrabbiati, di quelli che non si arrendono alla malattia...
«Luca era molto arrabbiato. Voleva gestire la sua malattia, capire cosa gli stava succedendo. Viveva lucidamente i progressi del male, e non era possibile ingannarlo sugli esiti. Era giovane, ed era molto arrabbiato, sì. Come dargli torto? Se sono arrabbiati con qualcuno? Mah, direi con il destino, o con il Padreterno, per chi ci crede. E arrabbiati anche per il fatto che non possono decidere di farla finita».
Inutile, par di capire, domandarle se lei è d’accordo sull’eutanasia.
«Ci sono casi in cui non è possibile non esserlo. Mi è capitato spesso di leggere frasi come: “no a una scelta di morte“. Ma è un concetto sbagliato. Perché l'alternativa non si può chiamare vita. Ho conosciuto una donna che aveva la stessa malattia di Luca. Ora è morta. Ma nelle fasi terminali della sua vita aveva un tubo che la nutriva attraverso lo stomaco, una tracheostomia, che si era resa necessaria per aiutarla a respirare con una sonda, e un catetere vescicale. Immobilizzata dalla testa in giù. Completamente affidata alle cure degli altri. È vita, questa?».
Non tutti però chiedono di morire.
«È vero. Dipende. Ma ci sono persone che di fronte a un supplizio che è continuo non ce la fanno. Tenga poi conto che nei malati di distrofia e di sclerosi il ritmo sonno-veglia è alterato. Il che significa che molti non staccano mai, che sono lucidi 24 ore su 24. È un tormento senza requie».
È mai stata tentata di aiutare qualcuno a morire?
«Mai. Assolutamente mai. Non sarei tutelata legalmente, oltretutto. Ma se ci fosse una legge; se un giorno ci sarà una legge in materia non mi schiererò tra gli obiettori. Sì, praticherei l’eutanasia».
Cosa le diceva, Luca Coscioni? Le ha mai chiesto di aiutarlo a staccare la spina?
«No, questo no. Sapeva che non sarebbe stato possibile. E non si faceva illusioni sull’adozione di una legge sull’eutanasia. Negli ultimi tempi non diceva più nulla. Non riusciva neppure a muovere le labbra. Comunicavamo con gli occhi, con una specie di linguaggio Morse. Ma lui sapeva che io stavo recitando un ruolo...».
Quale?
«Quello della consolatrice. Il mio mestiere è quello di vivere il quotidiano, l'immediato, con i miei malati, alleviandogli come meglio posso la pena di vivere. Dentro di me c'è rabbia, angoscia. Ma non deve trasparire».
Ha mai incontrato un malato terminale, per usare questa brutta parola, che non abbia mai pensato di uscire di scena deliberatamente?
«Mai. Tutti, prima o poi, ci pensano».
Le è mai accaduto, nel corso del suo lavoro, di essere travolta dall’emozione?
«Mi è capitato di piangere, sì. L'ho fatto, per esempio, una volta uscendo dalla casa di Luca. Ma di fronte ai malati non si fa. Non è giusto».
Luciano Gulli