«L’angelo necessario» per Fausto Melotti

«L'atto di fede, d'ogni fede, che non sia materialista, ama il silenzio. E il silenzio è il parametro principe d'ogni opera d'arte, la quale è sempre un atto di fede». Un atto di fede, quello del silenzio e quindi dell'ascolto, che capiamo essere - leggendo queste tra le molte righe di Fausto Melotti - condizione necessaria all'artista quanto a chi fruisce l'opera. Baccano, frenesia e frizione a ogni costo, ovvero gli umori ai quali la contemporaneità ci ha debitamente svezzato, non appartengono a quell'arte che vuole porsi oltre le analogie e le similitudini che «possono essere illuminanti, ma non arrivano alla definizione» per dirla ancora con Melotti (1901 Rovereto - 1986 Milano). Artista, poeta, musicista, ingegnere, che muove la propria ricerca sulle vie del rigore, del ritmo e dell'armonia. Secondo quel principio contrappuntistico proprio della dimensione musicale, ma ancor prima dell'esistenza: nel continuo desiderio di ascesa e di quanto allo sguardo non è dato percorrere. L'alterità, quel possibile che si dà celandosi al tempo stesso, è nella tensione messa in atto nell'opera. Una selezione di lavori su carta, dipinti su gesso, sculture e ceramiche, dà vita alla mostra «L'angelo necessario» alla Galleria Repetto di Acqui Terme (via Amendola 21/23, fino al 27 novembre 2010). Gli scritti dell'artista scandiscono il catalogo delle opere, un excursus strutturato nel solco della spiritualità, dove Enzo Bianchi, priore di Bose, racconta come «l'arte che esce dalle sue mani provoca nella storia una iniezione silente di eternità, creazioni di vita e di bellezza che dicono al tempo stesso fedeltà alla terra e ascensione-trascendenza». Così è nei disegni, dove forma e colore si concretano in simboli e figure-segno alla volta della rarefazione, e nella consonanza tra le ceramiche della metà degli anni Cinquanta e il linguaggio più noto delle sue sculture. Là materia e colore stretti in terracotta e ceramica smaltata, qui occasioni figurali e ordini celesti, geometrici, intessuti nel metallo e in tanti materiali che abbandonano gli attributi tradizionali della scultura, peso e monumentalità, per dire respiro, movimento e chiarezza contro le opacità di un mondo che guarda solo se stesso. Le opere in mostra si pongono allora quali tappe del più importante dei viaggi, in cui riaffiora il desiderio di una perduta armonia. Certo, come scriveva Melotti «per starsene con gli angeli bisogna prendere a calci i diavoli. E credere a queste cose incredibili». L'atto di fede quindi, ancora e sempre, quale condizione irrinunciabile del vivere.