L’Angola sogna il riscatto dopo cinquecento anni

Pierangelo Maurizio

Interno aereo, volo Fiumicino-Amsterdam: ragazzoni alti e neri, inappuntabili nei blazer blu. Sembrano una gita scolastica o per via dei borsoni una nostra squadra di qualche serie D. Invece sono la nazionale angolana, destinazione Germania, per la prima volta ammessa ai mondiali. In mezzo c'è finita anche Alessandra, bella, bionda, 28 anni, di Novara, pullover con generoso scollo a V sul seno. «Sono simpaticissimi» agita la mano. Foto e abbracci. «Mio marito è là avanti. All'imbarco c'hanno diviso... » scarica le colpe sulla compagnia di bandiera. Il fatto è che questa è un'occasione storica. Perché dopo le follie del marxismo-leninismo in salsa sovietico-cubana, i 27 anni di guerra civile e l'inizio nell'aprile 2002 del processo di «pace», il calcio per la prima volta sta unificando il paese. Vince l'odio, supera ogni divisione.
Destino e sorteggi hanno voluto che l'Angola oggi debutti proprio contro il Portogallo, la vecchia potenza coloniale che ha dominato il paese per quasi cinque secoli. «Ma sono amici… » ghigna José Luis Prata, vicepresidente della Federazione angolana di football. Il mister, Oliveira Goncalves, ama ripetere: «Se siamo arrivati fin qui, significa che noi angolani possiamo fare bene in tutti i campi».
Orgoglio e spirito patriottico. La prova della rinascita è Marques Rui (la bella Alessandra gli sta appiccicata come un francobollo), 29 anni, difensore. Nato a Luanda, a 9 anni lasciò l'Angola. Ha giocato in Svizzera, Germania, Inghilterra, Portogallo. Finora si era sempre rifiutato di rispondere alle convocazioni di Goncalves. Questa volta è qui. «È straordinario. Bellissimo» dice: «Prima della partenza a Luanda ci hanno preparato una festa stupenda…». Quant'è durata? Giorni.
Da ottobre, quando l'Angola si è qualificata per i mondiali, non c'è uno degli scassatissimi taxi che nel traffico sgarrupato di Luanda giri senza avere sul vetro posteriore la bandiera angolana: rosso, nero e giallo. Il programma più popolare - alla radio - si chiama O Jogo, l'eroe è un ragazzo che viene dalla strada e diventa una star del calcio.
Tredici milioni di abitanti, la stragrande maggioranza dei quali vive con meno di 2 dollari al giorno; un bimbo su quattro ha la certezza di morire entro i primi cinque anni. La guerra, lunga quasi quanto quella dei Trent'anni, ha spazzato via un'intera generazione di bambini-soldato. Ora l'Angola ha un sogno.
Anche se in realtà noi non lo sappiamo, ma quella del calcio è una vecchia storia. Nel '77 due anni dopo l'indipendenza fu istituito il primo torneo nazionale, la Coppa dell'agricoltura. Nel '79 ha preso il via la Girabola, una specie di serie A.«Nonostante la guerra, in mezzo alla guerra» come dice Arlindo Macedo, il portavoce della nazionale angolana, «il campionato non ha mai saltato un anno». Quando si giocava l'«esercito popolare» e le varie fazioni armate posavano le armi; poi tornavano a scannarsi.
Il nuovo dio si chiama Akwa, il capitano e goleador (31 reti in 68 presenze). E oggi, chissà, contro il Portogallo… Magari con un po'di fortuna… Il precedente c'è: Seul, il Senegal inferse un 1-0 alla Francia. «Gioco collettivo» si raccomanda il coach, Goncalves: difesa forte e contrattacco.
«Ma come fai a restare chiuso per un mese e mezzo?» chiede intanto Alessandra a Marques Rui, che le stava spiegando tutti i segreti per affrontare i mondiali. In ogni caso, tra i ragazzi angolani, rigorosamente in classe economica, si capisce meglio cosa voleva dire kaiser Franz Beckenbauer qualche settimana fa: «Niente mi ha emozionato come vedere giocare a calcio in Africa».
pierangelo.maurizio@alice.it