L’anima degli anti quorum

Non basta ammettere a malincuore, come il mio amico Filippo Facci mercoledì sul Giornale, che il referendum è stato stravinto (dalla mia parte di stranicristiani e stranilaici), per poi aggiungere che il quorum è «tecnicamente irraggiungibile» se qualcuno decide di usare l'astensionismo e dunque il 12 giugno non è avvenuto nulla di clamoroso. Troppo semplicistico (non è neanche vero statisticamente). Dall'intelligenza pungente di Facci mi aspetto un'interpretazione più profonda. Quella che ha pubblicato mercoledì può servire per minimizzare un grande evento storico o per chiudere il discorso senza mettersi in discussione.
Io invece voglio capire. Sono soprattutto le dimensioni del fenomeno che invalidano la tesi di Facci. Una cosa è mancare il quorum di qualche decimale (come avvenne nel 1999, quando il referendum ebbe il 49,6 per cento dei votanti o nel 2000 quando ebbe il 32) perché qualche partito si è schierato per l'astensione. Altra cosa è venire travolti da una valanga di non-voto quando i partiti organizzati si sono schierati per il voto e da mesi ci hanno ripetuto, con tutti i media, che il 70 per cento degli italiani era furibondo con la legge 40 e voleva spazzarla via.
Quando a pretendere un voto a valanga per l'abrogazione della legge è un potentissimo apparato di partiti, mass media, sindacati, lobby, praticamente senza avversari politici organizzati, e questa invincibile armata porta al voto solo il 25 per cento degli italiani, in questo caso la spiegazione di Facci (cioè dell'Istituto Cattaneo) mi pare inutilizzabile.
C'è oltretutto una verità nascosta da dire. Il dato definitivo dei votanti del referendum, che i giornali, come dice Avvenire, «volutamente ignorano», è il 25,5 per cento. Non si tratta solo di quattro decimali in meno rispetto al risultato noto da lunedì: in questo caso non sarebbe necessario parlarne. C'è un clamoroso significato simbolico in quel numeretto. Crollando al 25,5 per cento questo referendum si aggiudica il primato negativo: è il meno votato della storia repubblicana. Ancora meno del referendum sull'articolo 18 (il 15 giugno 2003 votò il 25,7 per cento), quando a predicare l'astensione era tutto l'universo mondo, dai Ds alla Confindustria.
Dunque quello di domenica scorsa è un risultato così fallimentare, che oltre a suggerire la domanda «chi paga?» (il referendum è costato alla collettività circa 700 miliardi delle vecchie lire), solleva altre pesanti questioni politiche, su cui è interessante e divertente riflettere.
Due anni fa Rifondazione comunista da sola ha portato a votare più gente - in quel referendum sull'articolo 18 - di quanto siano riusciti a fare oggi tutta la sinistra unita con i radicali, con tutti i grandi mass media, con spezzoni di destra e tutti i poteri forti. Sfido chiunque a dire che questo non è un evento clamoroso, storico e politicamente destabilizzante. In un Paese serio avrebbe terremotato la classe dirigente della sinistra. Da noi no.
È stupefacente che sinistra e giornali censurino completamente questo fallimento epocale dopo aver chiassosamente urlato che c'era in gioco una scelta di civiltà, un'alternativa fra la barbarie e il progresso: com'è possibile che tutto quell'apparato politico-propagandistico che si è mobilitato con i mass media unanimi (da Rifondazione, ai Verdi, ai Ds, ai socialisti - di tutte le aree - alla Bindi e Prodi e c'era pure la Cgil e addirittura il Grande Oriente) abbia convinto al voto meno della metà dell'elettorato del centrosinistra? Spiegateci.
Alle regionali, un mese fa, questo schieramento ha preso il 52,5 per cento, ma oggi solo il 24 per cento degli italiani è andato a votare sì (c’è infatti una piccola percentuale di no). È vero che quel 52,5 per cento è calcolato sui votanti effettivi e non sul loro totale ed è vero che c'era dentro tutta la Margherita (che al referendum in parte si è astenuta), ma è anche vero che stavolta stavano con la sinistra i radicali, i mass media, professoroni e attricette, cantanti e comici e pezzi della destra. Dunque il raffronto fra quel 52 per cento e quel 24 è clamoroso. Mi pare evidente: non hanno convinto nemmeno la propria gente, più di metà del loro elettorato ha fatto l'opposto di quanto chiedevano i leader. Su una scelta di civiltà. Eppure non c'è traccia di riflessione autocritica, non c'è traccia di ripensamento. Da nessuna parte.
Anche il centrodestra dovrebbe riflettere. Un mese fa su queste colonne mi sono trovato a dibattere con Massimo Teodori secondo il quale la sconfitta del centrodestra alle regionali era dovuta all'appannamento della cultura laica nella Casa delle libertà, alla sua presunta «clericalizzazione» che l'aveva portata a votare la legge 40, per colpa della quale - a sentire Teodori - il centrodestra era stato punito dall'elettorato femminile e laico-liberale.
Io obiettai che tale spiegazione era campata per aria. Anche più della tesi (che aveva qualche fondamento) per cui il declino del consenso al governo poteva derivare dalla partecipazione alla guerra in Irak e dall'aumento dei prezzi. Infatti alle europee del giugno 2004 i due schieramenti presero entrambi il 46 per cento dei voti, cioè pareggiarono (un risultato positivo per l'esecutivo, visto che tutti i governi europei andarono male). Ma al momento di quel pareggio c'erano già stati l'approvazione della legge 40, la guerra in Irak e l'aumento dei prezzi.
Dunque se un anno dopo, alle regionali, il centrodestra crolla al 44,9 per cento e il centrosinistra vola al 52,5, la ragione dev'essere cercata altrove. In qualcosa che si è rotto ed è franato in quei dieci mesi che vanno dal giugno 2004 all'aprile 2005. Innanzitutto nella comunicazione. E in altro ancora. Non certo nella legge 40.
D'altronde, se qualcuno aveva dei dubbi, il risultato clamoroso del referendum fa definitivamente crollare la tesi-Teodori: le folle italiche infuriate contro la legge 40 esistevano solo nella propaganda radicale e chi va dietro alle balle dei radicali - come Fassino ha imparato a sue spese il 12 giugno - va al tracollo. Semmai è vero l'opposto: la stragrande maggioranza degli italiani ha mostrato di non apprezzare la deriva zapateriana, il nichilismo privo di un orizzonte morale e di un legame con la tradizione cristiana e umanistica.
Forse è questo che voleva dire Berlusconi quando ha commentato il referendum rilevando con sollievo che la maggioranza degli italiani è moderata. Ma ha ragione Pier Ferdinando Casini a farne discendere una riflessione autocritica: «Se è vero che i moderati sono maggioranza in Italia dobbiamo prendere atto di tutta la nostra inadeguatezza a rappresentarli visto che in 12 regioni su 14 (alle recenti regionali, ndr) ha vinto la sinistra».
Forse è vero che parte di quell'elettorato moderato che il centrodestra non ha saputo rappresentare ha preso la via del non-voto, anche alle regionali. In ogni caso c'è una nuova Italia che i giornali non rappresentano se non come caricatura: innanzitutto l'Italia cattolica che è stata l'anima della vittoria referendaria insieme a una bella compagnia di dissenso laico. Mi chiedo perché non si racconti questa Italia sconosciuta e perché il centrodestra non tenti di comprenderla. Lo ha fatto Ezio Mauro l'altroieri sulla Repubblica, nell'editoriale intitolato «Le ragioni del naufragio laico». Mauro teme che lo «stranocristiano» in combutta con «l'ateo clericale» voglia fornire alla «destra politica italiana, un pensiero forte che non ha», cercandolo «nel deposito di tradizione della Chiesa».
Figuriamoci. Preoccupazione inutile.

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