L’anima una e trina di Forza Italia

Arturo Diaconale

Forza Italia è, come la Britannia di Cesare, di natura «triquetra». C’è Silvio Berlusconi, c’è il «partito degli eletti» e c’è il «partito degli elettori». Di queste tre parti quelle perfettamente funzionanti sono la prima e la terza. Quella da riformare è la seconda.
Berlusconi ha fornito una dimostrazione eloquente della capacità di svolgere la propria parte nel corso delle ultime elezioni. Ha compiuto un capolavoro politico recuperando il distacco che all’inizio della campagna elettorale separava il centrodestra dal centrosinistra. Chi solleva la questione della successione del Cavaliere non tiene conto della realtà dei fatti. Fino a quando non ci sarà un personaggio capace di realizzare i «miracoli» berlusconiani, il leader di Forza Italia e della Cdl sarà condannato a succedere sempre e comunque a se stesso. Per la semplice ragione che in politica non conta l’anagrafe ma la capacità di raccogliere il consenso e di catalizzare le passioni. E se Berlusconi continuerà a svolgere al meglio questa funzione non sarà certo la sua la parte di Forza Italia che dovrà essere riformata.
Queste considerazioni sul leader di Fi tirano automaticamente in ballo «il partito degli elettori». Questo «partito degli elettori» costituisce una delle più incredibili novità dell’Italia repubblicana. È di massa ma non è minimamente organizzato. È un partito di opinione ma, a differenza dei movimenti d’opinione del passato, non fluttua a seconda delle circostanze. È formato da elettorati di provenienza diversa ma si muove con una unità ed una compattezza incredibili. È un partito «cesarista», strettamente legato alla figura del leader, ma è al tempo stesso un partito che di fatto c’era prima di Berlusconi e che continuerà a esserci anche dopo Berlusconi.
Tra la prima e la terza parte della «Britannia» di Forza Italia il rapporto è diretto. Berlusconi sa mobilitare il proprio elettorato. Anzi, se come è avvenuto dopo le ultime elezioni, il leader appare stanco, e si prende una lunga vacanza, è proprio la base che richiama all’ordine, suona la sveglia. In fondo Paolo Guzzanti, con il suo appello «ruvido e sincero» al cambiamento e al rinnovamento di Forza Italia, non ha fatto altro che farsi interprete dei sentimenti diffusi.
Tra Berlusconi ed il «partito degli elettori» c’è, infine, il «partito degli eletti». Quello che dovrebbe svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione tra base e vertice. Cioè la classe dirigente a cui spetterebbe il compito non solo di aiutare il Cavaliere a mantenere sempre acceso il proprio rapporto con il popolo forzista, ma anche di tenere legato lo stesso popolo a un progetto. Il «partito degli eletti» dovrebbe essere il nocciolo duro del partito di massa. Quello destinato a essere radicato nella società per poter meglio rappresentare al leader le istanze, gli interessi, le richieste. Il gruppo degli «eletti», in altri termini, dovrebbe consolidare il consenso, raccolto dal leader, producendo politica e cultura.
Il problema di Forza Italia è che il «partito degli eletti» non funziona. Perché non è un partito di eletti ma di cooptati. Perché i cooptati sono troppo preoccupati di conservare il privilegio della cooptazione per occuparsi di altro. Perché nel «partito degli eletti» cooptati non si può applicare il metodo democratico e ogni dissidente non ha altra strada oltre al disimpegno o alla rottura.
Quanto avrebbe inciso «il partito degli eletti» se, invece di essere formato da miracolati, fosse stato caratterizzato da uomini e donne selezionati in base al merito politico da parte degli elettori ? Molto di più di quei 20 mila voti che hanno dato la vittoria al centrosinistra.
Se è così che aspetta Berlusconi a risolvere il problema della sua palla al piede?