«L’anima di mia madre rubata dai comunisti»

Ne «Il coloniale» Kien Nguyen, abbandonato dal padre americano durante la guerra del Vietnam, racconta dieci anni di sofferenze sotto il regime dei vietcong

La sera del 12 maggio 1972 a Nhatrang, località balneare tra le più idilliche di tutto il Vietnam, il piccolo Kien scorrazzava felice per le ventiquattro stanze di casa. A un certo punto, i suoi occhi si fermano incantati sulla figura di una donna altera, seni generosi, fianchi rotondi, vita sottile e lunghi capelli di un nero lucente che ricadono sulla schiena. È seduta alla toeletta della camera padronale, e si sta applicando una polvere bianca sul dorso delle mani con un piccolo batuffolo di cotone. «Che stai facendo, mamma?» chiede Kien. «Mi metto un po’ di cipria sulle mani, caro. Lo faccio perché voglio che la gente le noti. Non le trovi belle?». Decenni più tardi, Kien Nguyen potrà aggiungere a questo ricordo d’infanzia l’osservazione che quelle mani, insieme al patrimonio che seppe creare da sola, erano il più grande orgoglio di sua madre.
Il racconto di come la fierezza di questa donna si trovò a collidere con la Storia costituisce il tema principale del memoir Indesiderato, ma anche, in modo più nascosto, dei romanzi L’arazzo e Il coloniale, quest’ultimo in uscita da Garzanti (pagg. 380, euro 16), che ha già in catalogo gli altri due.
Nguyen ha una storia personale che pare un romanzo di Dickens: suo padre, un americano, abbandonò la madre, un’altoborghese vietnamita, appena dopo averlo concepito, lasciando alla donna, Khuon, quei trentamila dollari che le servirono come base di partenza per fondare una banca. Fino al 1975, quando Saigon cadde, Kien visse da privilegiato. Ma anche dopo aver visto dal tetto dell’ambasciata americana alzarsi gli ultimi elicotteri senza esservi potuto salire, non poteva prevedere la durezza dello schianto sociale ed economico cui era destinata la sua famiglia. Il nuovo regime politico ridusse Kien, il fratellastro (meticcio pure lui), sua madre e i nonni in uno stato di miseria dove le ritorsioni - nascoste dietro il leitmotiv dell’uguaglianza comunista - divennero quotidiane. Le ritroviamo tutte nella prosa vivida, potente, piena di immagini e metafore, di Indesiderato, dove, ci dice Nguyen, «è tutto vero, tutto mi è capitato. Alcuni fatti ho scelto di non raccontarli, perché troppo scioccanti, inverosimili, o troppo rivelatori della crudeltà dell’uomo. Ho voluto narrare la verità circa la sfortunata vita di quei figli dell’America e dell’Asia abbandonati dai loro padri. E testimoniare dieci anni di sofferenza sotto il regime comunista».
Fu solo nel 1985, infatti, approfittando di un programma Onu, che Nguyen riuscì a raggiungere gli Stati Uniti. Non prima di aver trascorso diversi mesi in un campo profughi, rivisto un ex amante della madre fatto imprigionare dalla donna per aver abusato di lui, circuito funzionari e aver rischiato di perdere per la seconda volta il volo verso la libertà. «Ricordo - ci racconta Kien - che quando eravamo all’aeroporto per lasciare il Vietnam studiavo il volto di mia madre, che era ormai diventata l’ombra di se stessa. Fino alla caduta di Saigon era stata una persona sicura di sé, piena di fascino e arrogante, che aveva saputo creare un piccolo impero grazie alla sua volontà e alla sua determinazione. Dieci anni dopo era impaurita, sporca, consunta. Quella mattina, pensai che i comunisti le avevano rubato l’anima. Solo di recente ho realizzato che non è stato così. Ma che invece lei scelse di rinunciare a tutto affinché io potessi diventare quello che sono: una persona che ha saputo trovare la propria voce».
Quando mise piede sul suolo americano, Kien aveva due dollari in tasca. Oggi vive della sua scrittura: dopo Indesiderato, che gli ha dato la fama mondiale, ha continuato a narrare la storia del proprio Paese con linguaggio potente, ricco di immagini e situazioni forti e allo stesso tempo risolto e molto razionale: «Dante ha influito molto sul mio stile, a lui devo l’austerità e le caratteristiche pittoresche». Come ne L’arazzo, dove si narrano le vicende del nonno Dan - tessitore alla corte imperiale di Hue sposatosi all’età di sette anni (sic) con la ventisettenne Ven - che dopo l’assassinio del padre viene ceduto come schiavo. «In questo libro - dice Nguyen - ho voluto resuscitare il Vietnam precedente l’invasione americana, cioè un mondo quasi sconosciuto agli occidentali: un piccolo regno dove l’amore era passionale, forte, eterno come in un racconto di fate. Forse non eravamo liberi dall’oppressione o dall’ingiustizia sociale, essendo dominati costantemente da potenze straniere, ma ciò che quel mondo aveva, e che poi ha perduto, era la convinzione che l’amore potesse conquistare tutto e che onore e lealtà stavano ben al di sopra del benessere materiale».
Il coloniale, invece, guarda il Vietnam - che ai tempi degli avvenimenti narrati si chiamava Cocincina - con gli occhi dell’Occidente conquistatore. All’inizio dell’Ottocento, tre missionari gesuiti, ciascuno con alle spalle una storia di segreti e violenze, sono alle prese con usi, lingue e leggi a loro totalmente estranee. Nel tentativo dei tre di adattarsi alla nuova vita si leggono in trasparenza i tormenti dei primi anni americani di Kien, ma anche una critica all’uso politico e militare della religione.
Kien Nguyen è testimonianza vivente di quel caso particolare in cui letteratura e realtà non smettono mai di incontrarsi e di influire l’una sull’altra, in una sorta di abbraccio continuo, riuscendo a recuperare, talvolta, quella che Walter Benjamin chiamava «speranza nel passato», vero balsamo di tigre per ferite ancora aperte, come accade in questo fatto personale che ci ha raccontato: «A sette anni, lessi Quando un uccello canta in gabbia di Nhat Tien. Narrava di una ragazza, figlia di una prostituta vietnamita e di uno straniero, chiusa in un collegio cattolico. Alla fine la madre muore di tubercolosi, lasciandola nell’incertezza più totale. Ci sono molti tratti in comune con ciò che ho vissuto. Quando incontrai mia moglie, dopo aver lasciato il Vietnam, scoprii che era la figlia di Nhat Tien. Il giorno delle mie nozze con lei, l’autore di Quando un uccello canta in gabbia mi sussurrò: “D’ora in poi puoi stare tranquillo di avere un padre”. Da quel momento, l’ho chiamato sempre così».