L’anima si raggiunge solo a piedi

Nel saggio «Filosofia del camminare» Duccio Demetrio si muove sulle tracce dei viandanti di ogni epoca. Scoprendo che chi vaga lo fa sempre dentro se stesso

Ci sono frasi su cui si posa lo sguardo, quando si apre un libro nuovo, che poi inducono o dissuadono dal proseguire. Ora, per esempio, sfogliando Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, di Duccio Demetrio (Cortina editore, pagg. 292, euro 14), leggiamo: «Lo scopo di questo libro non mira soltanto a invogliare a camminare di più, ma a scoprire, strada facendo, l’invisibile nelle cose incontrate». Quanto basta per proseguire, appunto, il cammino.
E scoprire, subito dopo, che Duccio Demetrio, prolifico scrittore e docente di Filosofia dell’Educazione e Teorie e Pratiche autobiografiche all’Università degli Studi di Milano Bicocca, sta accompagnandoci, innanzitutto, più che in un luogo, a fare una camminata atipica e a-topica, che non approda mai a destinazione perché, come nella Wanderung romantica (l’errare senza meta), la destinazione è il cammino stesso. Pertanto il cammino - cui è dedicato questo libro - non può che essere, a dispetto dell’apparente ossimoro, una «pratica dell’anima», una metafora. E poiché le metafore non sono allegorie («allos» in greco significa «altro», e sta ad indicare che l’allegoria rimanda ad un significato «altro», privo di connessioni immediate con l’oggetto che esprime l’allegoria) esse hanno molto a che spartire con il senso proprio, letterale, materiale, immediato e primo, del termine che le esprime.
Inevitabile che il camminatore, colui che consuma le suole e riempie cuore e polmoni di luce, aria e adrenalina, assorba più o meno consapevolmente il senso poliedrico e filosofico di questa pratica. «Poche altre analogie (altrettanto comuni e facili da intendere) sanno essere - annota Demetrio - così dense di implicazioni filosofiche, spirituali, ricche di innumerevoli risonanze». Insomma, aggiungiamo noi, faticare su un sentiero di montagna, percorrere la promenade des Anglais di Nizza, come fa il poeta Giuseppe Conte, ma anche e soprattutto prendere le vie del mondo, come fanno i viaggiatori e gli esploratori, e come ci hanno mostrato in pagine memorabili Bruce Chatwin e David Herbert Lawrence, è un’attività di per sé formativa. Che poi si rivela - ed è una delle conclusioni del libro, scontate ma sempre sorprendenti - essere una necessità, non una scelta, per noi figli di una civiltà nata sulle sponde del Mediterraneo («Il Mediterraneo è stato sempre, in fondo, anche cammino travagliato di utopie, di solidarietà in marcia, di sogni di riscatti, di chi “caminante” era chiamato, poiché era girovago e non per suo diletto»).
Come non pensare, allora, ai Sentieri interrotti del filosofo tedesco Martin Heidegger e alla viaticità del pensiero tutto, al suo carattere ramingo, che procede per tentativi ed errori, alla sua nomade/ignobile erranza? O ai versi, fra gli infiniti altri, del poeta Paul Celan, che al cammino affianca lo stupore: «Oh quest’occhio ebbro,/ che in questi stessi luoghi va errando/ e su di noi insieme posa/ talvolta lo sguardo e si stupisce». O a quell’archetipo dell’erranza, letterario e fondativo della nostra cultura, che è Ulisse, e alle sue innumerevoli plastiche variazioni, dalla figura dell’Ebreo errante a quella dell’«olandese volante» di Wagner?
Naturalmente Filosofia del camminare non è un’accolita di riferimenti ai molteplici topoi filosofico-letterari del cammino e affini, ma un vero e proprio percorso fatto a tappe non immune dall’inevitabile spaesamento e, infine, votato al ritorno: «si rincasa dopo ben più impegnativi pellegrinaggi, con o senza mete, lungo itinerari calpestati da secoli. Tuttavia ancora più intenso è il sentimento di essere entrati, in uno straniamento imprevisto. \. Si entri nell’epopea mistica, si visiti una brughiera, un altopiano, un deserto come fossero templi pagani sterminati, in ogni caso, pur non sapendolo, si è stati mediterranei. Si è vagato dentro se stessi vagando oltre se stessi».
Ecco: il libro-saggio, o il saggio libro, di Demetrio è un inno all’insopprimibile inquietudine dell’essere che muove, insieme, il pensiero e il bisogno di muoversi, di viaggiare, di varcare i confini del mondo. Un inno a ciò che, paradossalmente, conferisce senso al nostro stesso abitare scritto con il gusto, il compiacimento a tratti, della scrittura e della sua malìa.
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