L’«anno del Draghi», rivoluzione in Bankitalia

È il mercato la stella polare del successore di Fazio Nessun «piano regolatore» per le aggregazioni bancarie «Meno tasse, più crescita» la ricetta per l’economia

da Roma

Se in Via Nazionale 91 valesse il calendario cinese, il 2006 che va a chiudersi sarebbe stato certamente «l’anno del Drago». Lo è stato comunque, nei fatti. Nominato governatore della Banca d’Italia il 29 dicembre 2005, giusto un anno fa, Mario Draghi si è insediato a Palazzo Koch un paio di settimane più tardi: e da allora lo ha, letteralmente, rivoltato. Uomini nuovi al vertice, regole nuove all’interno, comportamenti nuovi nei rapporti con la politica, indicazioni nuove sull’evoluzione del sistema bancario. E un ruolo personale del primo governatore con mandato a tempo, molto diverso rispetto al passato ma non per questo «spersonalizzato». Tutt’altro.
Banche, banchieri, clienti. Al meeting del Forex a Cagliari, all’inizio di marzo, Draghi abbandona per un momento la lettura del suo primo intervento pubblico da governatore, e si rivolge ai banchieri dicendo: «Né personalismi né campanile vi siano d’ostacolo nel processo di consolidamento del sistema bancario». Una frase che rappresenta la cifra del governatore sulla ristrutturazione del sistema creditizio. Le banche italiane devono crescere, anche se Bankitalia non ha «piani regolatori». Altre esortazioni di simile tenore seguiranno per tutto l’anno. Ma è soprattutto con le considerazioni finali del 31 maggio che Draghi dà il segnale della svolta: annuncia che scomparirà l’obbligo di comunicare alla Banca d’Italia l’intenzione di lanciare un’Opa bancaria prima che ne discuta il consiglio d’amministrazione dell’istituto «scalatore». Una rivoluzione nella procedura di autorizzazione che ridà ruolo al mercato, pur non sminuendo i poteri di controllo dell’Istituto centrale. Non appare casuale che, dopo il 31 maggio, si siano completate due operazioni di enorme importanza, quali le fusioni tra Banca Intesa e Sanpaolo Imi, e tra Bpi e Popolare Verona e Novara. Draghi intende favorire altre aggregazioni, riprendendo anche la riflessione su una riforma che attenui, se non elimini, rigidità, limiti e vincoli dagli statuti delle Popolari. Attento alla ristrutturazione del sistema, il governatore tuttavia non dimentica che la solidità delle banche nasce dal basso, dai depositanti. Sono molti, nel corso del 2006, i richiami a un miglior trattamento della clientela da parte delle banche: servizi da migliorare, costi da tagliare, più concorrenza e trasparenza, nessun freno alla mobilità dei conti correnti.
Via Nazionale, si cambia. In meno di un anno, ai vertici della Banca sono giunti tanti uomini nuovi.
Dopo Draghi, Fabrizio Saccomanni, direttore generale, al posto di Vincenzo Desario, e nei giorni scorsi Ignazio Visco e Giovanni Carosio, vicedirettori grazie alle dimissioni anticipate di Pierluigi Ciocca. Ricambio anche tra i funzionari generali. La vecchia guardia faziana va in pensione. Chi ha seguito negli anni le vicende di Palazzo Koch non ricorda un simile, tumultuoso avvicendamento di vertice. Insieme con gli uomini nuovi, è arrivato un nuovo Statuto della Banca centrale, adeguato alle norme della legge sul risparmio. Direttorio a cinque con mandati a termine, collegialità nelle decisioni, autonomia e indipendenza pur nel rispetto dei principi di trasparenza indicati dalla legge. Resta aperta la questione delle quote di proprietà della Banca, oggi in mano ai principali istituti di credito, di cui la legge dispone il passaggio in mano pubblica.
Rivoluzione anche dentro Via Nazionale: è stato approvato un piano di chiusura progressiva delle filiali minori, con il «negoziatore» Fabrizio Saccomanni a dover gestire la non semplice trattativa con i sindacati interni.
La Banca e la politica. Bankitalia non rinuncia al ruolo di «consigliere» d’alto rango dei governi, quale che sia il loro colore politico. Draghi - e qui parliamo del governatore in persona, perché conoscendolo un poco lo ritroviamo per intero nei suoi interventi di politica economica - ha mantenuto ferme le sue stelle polari anche di fronte a un governo orientato a sinistra, e a un ministro dell’Economia che sembra aver lasciato alle spalle il passato da banchiere centrale più che ortodosso.
Nelle considerazioni del 31 maggio, nell’audizione parlamentare sulla Finanziaria, e in altre occasioni pubbliche, il governatore della Banca d’Italia ha sempre confermato la sua contrarietà a un incremento della pressione fiscale, che non favorisce ma ostacola la ripresa dell’economia.
«La priorità assoluta è tornare alla crescita». «Va avviato con decisione il processo di graduale riduzione della pressione fiscale complessiva». «A meno tasse corrisponde più crescita». Per la stabilità finanziaria «è essenziale realizzare riforme nei principali comparti di spesa». Frasi che non hanno bisogno di esegesi o commento, e che probabilmente hanno provocato qualche malumore tra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia. Ma Draghi è uomo di mercato e di mondo, e su queste linee andrà avanti anche in futuro.