L’anno nero del paparazzo sempre al centro dell’obiettivo

Quando era nel carcere di San Vittore, riuscì a realizzare delle foto per le quali però vennero puniti i suoi compagni di cella

Il carcere di Orvieto è una fortezza di pietre secolari, piccola e raccolta. Fabrizio Corona può - relativamente parlando - essere ben contento di essere finito lì, e non solo perché in questa stagione nel cortile dell’ora d’aria fioriscono le magnolie.
Corona deve rallegrarsi soprattutto di non essere tornato a San Vittore. Perché nel carcere milanese, quello dove trascorse la maggior parte dei suoi giorni da detenuto per la faccenda di Vallettopoli, ad accoglierlo non avrebbe trovato facce ben disposte. Anzi, per dirla tutta, avrebbe dovuto guardarsi con attenzione le spalle.
Ai vecchi ospiti del carcere milanese molte cose non sono andate giù, di quei 44 giorni. Un po’ le sbruffonate scaraventate sui giornali all’uscita, «gli altri detenuti mi acclamavano», un peccato di superbia che la legge del carcere condanna severamente. E un po’ le foto finite su Diva e donna, con Corona in mutande nella sua cella.
C’è un capitolo poco noto, della prima detenzione di Corona, che la dice davvero lunga sul personaggio. Fin dal primo giorno, superato lo choc della matricola, delle visite, delle impronte, Corona a San Vittore ha in testa solo quello: farsi le foto e venderle, farsi paparazzo di se stesso. Corona, in cella, non fa mistero del suo piano. Gli serve una macchina fotografica ma gli agenti lo marcano a vista. Un giorno un consulente che sta andando a visitarlo viene sorpreso con la macchina nella borsa: «È mia, me la sono dimenticata lì», balbetta.
Un altro giorno in una busta piena di fogli destinata a Corona viene trovata una nicchia scavata nella carta, delle dimensioni proprio di una minicamera. Alla fine, chissà come, Corona ce la fa: entra la macchina e le foto escono. Ma a pagarne le conseguenze sono altri detenuti, la direzione ordina un giro di vite, alcuni lavoranti vengono richiusi in cella. Se Corona fosse tornato a San Vittore, qualcuno gli avrebbe presentato il conto. Invece per il suo ritorno in carcere gli tocca Orvieto, carcere confortevole e quasi da vip (approdò qui il compianto Walter Armanini, uno dei pochi di Tangentopoli finito ad espiare, consolato in cella dalle lettere d’amore della lussureggiante Demetra Hampton). E d’altronde, anche nel capitolo finale - per ora - della sua apoteosi, ieri notte Corona ha camminato nel solco del suo stile, della grandeur pacchiana che è il suo marchio di fabbrica: quando mai si era visto, sulle corsie dell’autostrada del Sole, un inseguimento tra una Volante e una Bentley?
D’altronde, lui, il Fabrizio, è fatto così. Quando sbaglia, e ultimamente gli succede spesso, sbaglia in grande. Quando lo fermano per guida senza patente, non guida un’auto ma un Hammer, una specie di carro armato su ruote. Quando polemizza con i magistrati, non cita gli articoli del codice penale ma la legge del marciapiede, «mi viene voglia di prendere il telefono e lanciarglielo in faccia».
Quando rivendica la sua identità, sfodera un vocabolario immaginifico: «Sono un siciliano temprato dal fuoco del mio vulcano».
Quando va a frugare nella cronaca alla ricerca di nuovi spunti, mette mano al peggio: il delitto di Garlasco, la strage di Erba, dove cerca di trasformare in star i parenti delle vittime. I media, naturalmente, inorridiscono. Ma a Corona va bene così, perché l’unica star che vuole davvero creare è se stesso, col suo codino, il suo mascara, il suo bicipite scolpito dalla palestra. Le sue creature le scarica senza patemi: «La ribalta gli ha fatto perdere la testa», liquida l’Azouz Marzouk di Erba quando finisce dentro per spaccio di droga.
Quando lo arrestano per avere insultato una pattuglia di carabinieri, con mossa da acrobata si trasforma in vittima: «Per me è diventato impossibile vivere in Italia».
Quattro giorni fa, il giudice milanese Enrico Manzi lo rinvia a giudizio per estorsione. Ma Fabrizio - di cui tutto si può dire tranne che si perda d’animo con facilità - rilancia: «Questo processo avrà una visibilità grandiosa, ci faremo un sacco di soldi». E, come se non bastasse, «i vip che mi accusano si dovranno cagare sotto». Fine, ma non finissimo. D’altronde Corona è fatto così. Non è un cretino, e dunque dentro di sé la sensazione di sprofondare in qualche modo la deve sentire. Ma quando sprofonderà davvero - stavolta, per la brutta storia di soldi falsi e di pistole, o al prossimo inciampo, o a quello dopo ancora - sprofonderà lanciando al mondo l’ultimo sguardo di sfida, invisibile dietro i vetri a specchio.