L’anno orribile di Sheva: «Non riesco più a guarire»

«È lo stesso guaio al tallone che fermò l’anno scorso Kaladze. Potrei star fuori un paio di mesi». Ma con l’Udinese va in panchina

Franco Ordine

nostro inviato a Milanello

L’anno orribile di Andrij Shevchenko sembra non finire mai. L’anno orribile di Sheva, Pallone d’oro nel dicembre del 2004, cominciò con la testata di Loria allo zigomo, passò attraverso quel mediatico faccia a faccia con Ancelotti e continua in questo dolce autunno del 2005, con il tormento di un tallone che procura dolori e impedisce all’ucraino di lavorare sodo, recuperare uno straccio di condizione e tornare utile alla patria rossonera in affanno (sul fronte della coppa Campioni). L’ultima stazione del suo incredibile calvario è fissata nella notte della sfida d’andata col Psv, primo zero in condotta dell’attacco milanista: colpo casuale sul tallone, fitta al calcagno e via dal campo a inseguire un recupero diventato sempre più incerto. A dispetto degli accertamenti clinici che hanno escluso complicazioni ma non tolto il riflesso condizionato. «È lo stesso guaio che fermò l’anno scorso Kaladze» ricorda Shevchenko che pure ha una soglia molto alta del dolore ed è capace di eroiche testimonianze pur di correre in soccorso del Milan. Da quella notte, 19 ottobre, il Milan è sempre alla ricerca di Shevchenko, la sua polizza sulla vita sottoscritta tanti anni prima, nel corso di un fortunato blitz in Ucraina. I quindici minuti giocati in Olanda, sempre in Champions league, servirono a ricordare a tutti l’importanza di Sheva: si scaldò appena appena, prese la rincorsa e indirizzò una punizione all’incrocio dei pali, deviata con balzo fulmineo da quel gatto di Gomes, portiere brasiliano del Psv.
«Non riesco a migliorare» la confessione di sua maestà il Pallone d’oro in carica non è una resa definitiva al dolore che, secondo lui, «può durare anche due mesi» ma un modo schietto di parlare a tutti, a se stesso e al Milan che si ritrova ancora senza il suo miglior bomber, collaudato da cento avventure. «Il gol, nel Milan, non è un problema» sentenzia sicuro Ancelotti e magari, per testimoniare la sua certezza, sventola le cifre della stagione, in campionato 18 reti in 10 partite sono un promettente fatturato, appena mitigato dallo zero in 180 minuti realizzato contro il Psv. «Abbiamo attaccanti con diverse caratteristiche e se per una volta non segnano, non è un guaio» riferisce ancora sereno Ancelotti andando con il cuore alla sera della Juve, tre centrocampisti a segno. Sheva, convocato, può accomodarsi ancora in panchina: e magari aspettare l’ultima mezz’ora. «Spero non ci sia bisogno di me» ripete ancora l’ucraino che accompagna, col proprio ottimismo di bandiera, la coppia d’attaccanti prescelta, Gilardino al fianco di Pippo Inzaghi, «il più fresco» nella definizione dell’allenatore al fianco del ragazzo fragile di Biella che deve ritrovarsi.
Di Vieri, a Milanello, si cominciano a perdere le tracce. «Non ha forza» sostiene un competente osservatore degli allenamenti milanisti. E poi, forse è il caso di aggiungere, oltre a non trovare più la porta, firma giocate di nessun valore, di scarso rilievo, tocchi elementari all’indietro per il centrocampista in arrivo. Poco, troppo poco per meritarsi una riconferma sul campo. Così - ed è la seconda volta - oggi l’ex interista trasloca in tribuna in una condizione psicologica che non dev’essere certo il massimo. Anche perché può rischiare di perdere la Nazionale: come si fa a chiamare uno che se gioca non prende boccia e non viene convocato per l’Udinese? «Vieri ritroverà brillantezza» è il pronostico di Ancelotti, il meno convinto di quelli esibiti ieri mattina prima di chiamare, dopo le 16, il suo gruppo a preparare una sfida piena di insidie, contro l’Udinese reduce dalla magia di Brema, 0-3 trasformato in un 3 a 3, «strabiliante» l’aggettivo scelto da Ancelotti per segnalare la performance poi annullata da Micoud. A tutto ciò bisogna aggiungere il rimpianto di Hernan Crespo: a Londra non gioca, non si diverte e si sente in prigione. Nei contatti che mantiene con Milanello continua a ripetere la sua voglia di troncare il rapporto col Chelsea per rientrare in Italia. Ma a Milanello, finché c’è Vieri, non c’è posto per lui.