L’ansia dei cristiani a Betlemme

Dopo la vittoria elettorale di Hamas, incognite sul futuro dei rapporti con gli integralisti musulmani

Luciano Gulli

nostro inviato a Betlemme

Che sorrisi, che voluttà di distensione, e quanto zucchero filato nelle parole del dottor Yousef Al Natsheh, segretario cittadino, per così dire, di Hamas. E che preoccupazione, che diffidenza, che sospensione d’animo nelle parole di fra’ Severino Lubecki, padre guardiano della Basilica della Natività. Il primo, stirandosi il baffo carezzevole, dice: «Con i cristiani siamo sempre andati d’accordo. I nostri rapporti sono talmente buoni che parecchi, fra loro, hanno votato per noi. La Palestina non è l’Afghanistan. Qui non ci sarà alcuna radicalizzazione». Il francescano polacco ribatte: «Ah quante belle parole, e quanto mi piacerebbe crederci. Aspettiamo tre mesi, però, prima di dare un giudizio. Per ora son tutte rose e fiori. E devo aggiungere che segnali di intolleranza, di avversione verso i cristiani non ne abbiamo registrati. Quel che purtroppo abbiamo registrato sono le numerose cancellazioni fatte da gruppi di pellegrini europei, che giustamente non si fidano».
Cinque giorni dopo il “mercoledì da leoni” di Hamas, Betlemme è una città distesa, tranquilla, proprio come uno si immagina che sia San Giovanni Rotondo, la città di Padre Pio. Le guide turistiche che tampinano i pellegrini di passo, i venditori di falafel che si indovinano a malapena dietro le nuvole di olio fritto che si alzano dai loro fondachi, e i negozi di souvenir che espongono la solita carrettata di corone di spine, crocefissi, rosari e Bambinelli intagliati nel legno d’olivo.
Le elezioni, qui, le ha vinte Al Fatah, portando a casa 21.285 voti di lista. Hamas si è fermata a 14.967. Ma poiché la città della Mangiatoia esprime 4 deputati (due cristiani e due musulmani) è finita che i due cristiani (Fais Sakha e Fuad Kokalèh) sono emersi dalla lista di Al Fatah. Mentre i candidati musulmani che hanno totalizzato più voti sono stati il numero uno e il numero due di Hamas. «Colpa del Fatah, che ha disperso il voto tra un sacco di candidati e che ha consentito a molti di presentarsi in liste indipendenti. Salvo poi, a guaio combinato, espellerli dal partito, come ora minacciano da Ramallah», lamenta Sami, anche lui nel ramo delle capanne con Bambino, il bue e l’asinello.
Il sindaco Victor Batarseh (che per legge è un cristiano) oggi non c’è. Gli è arrivato un invito dallìItalia ed è partito in tromba per Venezia. Nel suo ufficio c’è il vicesindaco George Saada, lui pure cristiano. Preoccupato? «Francamente no - risponde -. Qui sono centinaia e centinaia di anni che viviamo insieme. Affari, scuole, case, tutto è in comune. Quelli di Hamas sono palestinesi come noi. E queste elezioni, che sono state libere e democratiche, le hanno vinte loro. Non è stato un golpe. Allora io dico: vediamoli all’opera, diamogli un po’ di tempo, valutiamo con calma. I problemi, piuttosto, sono altri». Cioè? «Il problema vero, ora, è la minaccia dell’Europa di tagliare i fondi all’Anp. Per non dire di Israele, che minaccia di congelare i dazi doganali che riscuote per l’Autorità palestinese». Affare serio, effettivamente, visto che il bilancio del Municipio di Betlemme è di 200mila dollari al mese. Centomila, spiega il vicesindaco, se ne vanno per gli stipendi dei 180 dipendenti (una media di 550 dollari a testa). Gli altri servono per le spese correnti: acqua, elettricità, trasporti, nettezza urbana…
«Non arriveranno i soldi? Pazienza», sorride conciliante il dottor Al Natsheh, titolare di un laboratorio di analisi cliniche e consigliere comunale di Hamas. «Già il mese scorso ce li siamo dovuti far prestare dalle banche. Ma per la bocca e per la tasca non siamo disposti a vendere i nostri princìpi. La pressione sul nostro popolo dura da cento anni. Resisteremo anche questa volta». Quanto a una possibile radicalizzazione della società, il dottor Al Natsheh nega risoluto. «Al primo posto della nostra filosofia - dice allargando le braccia in un gesto ecumenico - c’è la sicurezza. E sa perché la gente ha fiducia in noi? Perché noi garantiamo giustizia e uguaglianza. Per tutti. Cristiani compresi». Peccato che nel vostro manifesto figuri la distruzione di Israele… «Gli Usa, che si riempiono la bocca con la parola giustizia, chiedano agli occupanti di lasciarci vivere in pace, per cominciare. Poi discuteremo. Le faccio l’esempio di mia figlia. È una ragazza che studia medicina all’università di Abu Dis, 6 chilometri da Betlemme. Per andare all’università deve superare fino a cinque check point israeliani. Io la seguo col pensiero, e a ogni stop la chiamo col telefonino. Dove sei, tutto bene? A casa nostra, capisce? Sul nostro territorio!».
«Belle parole, non c’è che dire», geme padre Severino buttando un occhio desolato sulle cancellazioni piovute su “Casanova”, l’ostello dei pellegrini gestito dai francescani. «Purtroppo, in Europa, Hamas vuol dire solo una cosa: kamikaze, sangue, terrore. Cambieranno? Devono cambiare, ora che sono al potere. D’altronde, la gente ormai non si riconosce più in Fatah. Gli eletti al precedente Parlamento ricevevano 20mila dollari di premio elettorale, un’automobile Audi e un mensile di 5.000 dollari di rimborso spese. Un’enormità, Dio buono». «Sa invece chi sono i nostri eletti a Betlemme? - incalza il segretario cittadino di Hamas -. Uno è Khaled Tafesh, da due anni in carcere accusato di terrorismo. L’altro è il figlio di un venditore di falafel al mercato del campo profughi di Haida. Una bella differenza, non trova?».