L’antiberlusconismo è accettabile, basta che sia leale

Caro Granzotto, ogni sera chiedo a mio marito: «Ci guardiamo il Perfido oppure il Tg5?» Ormai Perfido, a casa nostra, è stato battezzato amabilmente Enrico Mentana. Lo chiamiamo così da quando l’abbiamo sentito dire in un suo TgLa7: «La notte in cui è morta Eluana Englaro, ad Arcore Berlusconi stava dando un festino». Siamo rimasti increduli e allibiti. Si trattava di una pseudo notizia avulsa da qualsiasi contesto cronistico di quella giornata. Ci sembrò un aprir bocca da Perfido, appunto. Ma da lei, caro Granzotto, vorrei sapere: possibile che alcuni individui, già stipendiati per lunghi anni dal Berlusca, si riducano alla pura inimicizia appena escono dal Biscione? Perché Mentana, ma anche Feltri a quanto pare, si agitano per sfruculiare il loro datore di lavoro del tempo andato? Lei crede che costoro, guariti dalla «sindrome di Stendhal», possano essere vittime di una ricaduta, e siano precipitati nella «sindrome del tu quoque Brute»? Grazie se mi dirà qualcosa della gratitudine e dell’ingratitudine, anche sul piano psico-filosofico se vorrà.
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Psico-filosofico? Filosofico passi, ma quando sento sibilare «psico» e «socio» io, gentile amica, metto mano alla pistola. Come si racconta dicesse il vecchio Göring alla parola «cultura». Deprecabile. Però, sia detto en passant, pensi se fosse vissuto oggi e con quel che s’intende oggi per cultura: magari metterebbe mano al mitra o addirittura alla rampa dei missili. A noi: ignoravo, ma d’altronde non ho né la tentazione né la curiosità di seguire il TgLa7, la volgarità pronunciata da Enrico Mentana. Se è vero e non ne dubito, vuol dire anche il Perfido, come lei simpaticamente vuole chiamarlo, ha saltato il fosso. Passando nella già nutrita schiera degli antiberlusconisti del menga. Perché vede, sfruculiare il Berlusca è condotta salutare vuoi per l’interessato vuoi per lo sfruculiatore. All’uomo politico e massime di governo, in grosse dosi l’incenso risulta infatti più letale del gas nervino. Mentre al turibolatore fa l’effetto del Tavor, provocandogli una perniciosissima sonnolenza professionale. Stesso malanno che però coglie quanti nel turibolo mettono, invece dei grani d’incenso, cucchiaiate di livore, di accanimento bilioso. Chi sceglie questa via smette di fare il proprio mestiere per passare a quel servizio di macelleria che si chiama in inglese character assassination, in latino damnatio personae e in italiano spiccio sputtanamento. L’antiberlusconismo non ha in sé aspetti biasimevoli. E questo sia nel caso che il prefisso indichi opposizione o che rifletta un’avversione. Però, quando lo si argomenta come lo argomentano i Mentana, i Severgnini, i Maltese, i Sofri e le altre entreneuses della società civile, senza cioè un criterio attendibile, senza il presupposto logico, ma così, con trasandata cialtronaggine e chiaro intento di infamare, ecco che da convenzionale argomentazione di parte l’antiberlusconismo diventa un’altra cosa. Diventa bassezza. Diventa meschinità.
Quanto alla gratitudine, mia gentile amica, non mi sembra il caso di tirarla in ballo. Da Berlusconi Mentana ha certamente ricevuto molto, ma ha anche dato, portando al successo il primo telegiornale dell’ammiraglia della Fininvest. Io parlerei di lealtà, piuttosto. Battersi sì, ma apertamente, senza ricorrere ai sotterfugi, alla manipolazione dei fatti, alle insinuazioni. «La notte in cui morì Eluana Berlusconi stava dando un festino» è argomentazione sleale. E proditorio è quel «festino», espressione scelta da Mentana perché se avesse detto «cena», quale in effetti era il «festino», il sottinteso denigratorio non avrebbe retto. Senza contare, poi, la balordaggine dell’accusa: l’aver Berlusconi dato corso alle sue private occupazioni senza tener conto che Eluana forse, chissà, poteva anche mancare. Siamo a questo, dunque: strumentalizzare una storia dolorosa pur di guadagnarsi la medaglia al valore dell’antiberlusconismo. Che stomaco.
Paolo Granzotto