L’antiberlusconismo del menga di Beppe Severgnini

Caro Granzotto, riflettendo sul duello fra istituzioni e poteri dello Stato e le sue deleterie conseguenze sull’azione di governo, e concludendone facilmente che ciò è dovuto non al desiderio di fare chiarezza o fare giustizia, ma solo a togliere di mezzo Silvio Berlusconi, mi sono chiesto: l’antiberlusconismo può essere detestabile, ma è anche condannabile? Non so se sbaglio a pensarla così e a mettermi dunque in un certo modo dalla parte di quelli che lei chiama i «sinceri democratici». Lei cosa dice?
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Dico che avrebbe ragione se la ragione non le desse torto, caro Marenco. Certo, l’«anti» ha nobili lombi, avendo avuto il suo battesimo con l’antifascismo (del dopo, a cose fatte, a fascismo morto e sepolto). Cui seguì, chi la fa l’aspetti, l’anticomunismo che tanta amarezza addusse ai trinariciuti adoratori di Stalin e del «paradiso dei lavoratori». Ma quei due «anti» erano anti il sistema, la dottrina, l’ideologia e diciamo pure la cultura, che ci sta sempre bene, delle due ideologie. Nessuno era anti solo perché Mussolini aveva la «palpazione concupiscente» (copyright di Giuseppe D’Avanzo) facile o perché Baffone si dilettava a smanazzare le giovanissime affiliate al Komsomol. Al contrario, l’antiberlusconismo mira solo all’uomo, a Silvio Berlusconi e quel che è più miserabile al Silvio Berlusconi privato. Due sono le forme dell’antiberlusconismo: quello ossessivo compulsivo e quello del menga. Al primo appartiene, scelgo a caso, Curzio Maltese che da quasi vent’anni scrive che Berlusconi è al tramonto, che è finito, kaputt (le faccio un esempio, caro Marenco. Nel giugno del 2006 sentenziò: «L’epopea del berlusconismo si è compiuta in cinque anni del governo ed è difficile se non impossibile immaginare il ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi». Difficile se non impossibile!). Giorni fa è tornato sull’argomento. Premettendo che «la bolla esplode, l’avventura (di Berlusconi, ovvio) sta per finire», ecco le argomentazioni portate a supporto: «Vecchio fin dalla prima apparizione», «Vecchio nel modo di parlare, di essere, di vestire, di vivere e divertirsi», vecchio nel suo «fiero disprezzo per la cultura», «letture zero, libri intonsi da arredamento». Un «ometto ricchissimo, con la villona alle spalle e la moglie bella» che anche come imprenditore è stato «poco innovativo», tanto da fondare «il “moderno” impero televisivo portando a Canale5 Mike Bongiorno, pensionato Rai». Come vede, è un continuo ravanare sull’uomo, sui suoi vestiti, sulle sue ville, sui suoi divertimenti. Il tutto condito da mistificazioni (quando nel 1979 passò a Telemilano diventato poi Canale5, Mike aveva cinquant’anni e conduceva per la Rai una nuova edizione di Lascia o raddoppia?). L’antiberlusconismo del menga è invece quello saccente, spocchiosetto e impostore delle entreneuses della società civile. L’antiberlusconismo, ad esempio - faccio un altro nome a caso - di Beppe Severgnini. Lo stesso che per vantare la propria limpieza de sangre antiberlusconiano tiene segreta la propria nascita e crescita professionale al Giornale e dunque per un decennio almeno a busta paga di Berlusconi. Per Severgnini una delle trecentocinquantamila colpe gravi di Berlusconi che infangano la nostra immagine all’estero è l’aver sostenuto le proprie ragioni utilizzando quel mezzo di comunicazione chiamato videomessaggio. Per carità, sanciva il bardo dell’antiberlusconismo del menga: «I videomessaggi li fanno i dittatori, gli alieni, i Simpson». I dittatori. I Simpson. E pensare che i Severgnini giudicarono «storico», «rivoluzionario», «evidente segno del change e di un modo giovane di fare politica» il bamboccesco videomessaggio - quello del vogliamoci bene, siamo tutti fratelli - che Barack Obama inviò per corriere al presidente iraniano Ahmadinejad il quale, ovviamente, se ne fece un baffo. Quando si dice la malafede, eh, caro Marenco?
Paolo Granzotto