L’antiberlusconismo prima di tutto: su e giù dal referendum come dal tram

La scheda arancione non c’è, ma il referendum elettorale sembra sempre più un tram: un utile e affollato mezzo di locomozione sul quale si sale solo per essere portati da qualche parte. Nella fattispecie in Parlamento. Si balza a bordo, si guarda dal finestrino il magico mondo di «porcelli» e «mattarelli» e poi - quando ci si accorge che la destinazione invece di avvicinarsi, si allontana - si scende. E senza nemmeno aver pagato il biglietto.
Già, perché questi sono giorni di retromarce, discese ardite, risalite, cambi d’umore e di direzione. Il referendum sull’abrogazione della legge Calderoli che si terrà il 21 e 22 giugno è diventato un po’ come le sorti della nazionale: ognuno dice la sua e si contraddice appena si prende o si segna un gol. Firmatari della prima ora che votano contro, partiti che si schierano per il sì e poi propongono leggine concorrenti, mezze parole sibilline. Un calderone di opportunismo politico in cui tutti cercano di pigliare più voti possibili, ma sempre in nome del sacro istituto referendario.
DI PIETRO E LE FIRME

CON L’INCHIOSTRO SIMPATICO
A capitanare la compagine dei furbacchioni dell’urna, Antonio Di Pietro. Lui, che le firme le aveva perfino raccolte, da qualche giorno pare posseduto da un democristianissimo cerchiobottismo che gli riconosce anche il presidente dei referendari Giovanni Guzzetta: «Prima di Di Pietro solo uno aveva raccolto delle firme votando poi “no”: De Mita nel 1991». Eppure l’ex pm aveva cominciato bene: «Io sono per il referendum, non è mica il diluvio universale! Anzi, è il grimaldello per cambiare la legge. Senza referendum non c’è democrazia», pontificava l’anno scorso. «Abbiamo il coraggio di dire di votare “no”», fa eco a se stesso oggi. Effettivamente occorre un bel coraggio a cimentarsi in una capriola del genere. «Siamo contro la proliferazione dei partiti, noi andiamo dritti al referendum», dichiarava Tonino. «Noi dell’Idv non vogliamo che i quesiti referendari siano l’occasione per dare potere assoluto a Berlusconi. Resisteremo», si ricicla adesso. Eppure il camaleonte dei Valori non ha fatto male i suoi calcoli (anche se far fallire un referendum dopo essersi stracciati le vesti per lo spreco di un mancato accorpamento dei voti suona un po’ ipocrita): ai tempi della raccolta delle firme, neppure lui immaginava i fasti elettorali delle ultime politiche, in cui il «porcellum» è stato suo alleato. E però dirlo pare brutto. Meglio mascherare da difesa della democrazia quello che è solo un tirare acqua al proprio mulino: la legge elettorale attuale gli ha dato grande forza. Perché cambiarla? Perché quelli che credevano in lui hanno firmato? Ma no, quelle erano firme con l’inchiostro simpatico, dài...
IL TRIPLO PASSO DI DONADI

E L’ORLANDO DUBBIOSO
In casa Idv, re degli avvitamenti stile Frecce tricolori è Massimo Donadi. Nell’aprile 2007 tuonava: «I referendari stanno imbrogliando gli italiani. Per questo continueremo a definire il referendum per quello che è: una truffa». Una decisione chiara, come la pubblicità della sambuca. Poi, però, qualcosa ha intorbidito le sue granitiche certezze. Come il ghiaccio nella sambuca, appunto: «Sul referendum non abbiamo cambiato idea - aveva l’ardire di dire solo pochi giorni fa il capogruppo - siamo molto orientati per il “sì”, abbiamo raccolto le firme e lo abbiamo detto fin dall’inizio con grandissima chiarezza». Insomma. Comunque pareva una risposta definitiva. L’ha accesa, l’onorevole Donadi? Per niente. L’altro giorno l’Italia dei Valori ha cambiato di nuovo idea e ora sostiene il “no”. Ma «con grandissima chiarezza». La stessa che faceva dire a Leoluca Orlando che «il referendum rafforza la governabilità e le firme testimoniano lo straordinario consenso popolare verso una battaglia concreta e non ideologica». Forse quella dei firmatari non era ideologica. Quella di Idv un po’ di più.
QUEL RAZZISMO REFERENDARIO DELLA BONINO
È ufficialmente il primo caso di apartheid referendaria. A decidere quali quesiti sono eletti e quali reietti è la matriarca delle battaglie popolari, Emma Bonino. L’anima radicale, cresciuta in simbiosi con un partito che dei referendum ha fatto una bandiera fin troppo sventolata, ha imboccato il viottolo del revisionismo e dato vita al comitato per il “no”: «Così si sancisce il de profundiis dell’istituto referendario». Ma come? E l’aborto, il divorzio, i diritti civili in Europa dell’Est? Ideali alti, da legge morale sopra di noi, si risponderà. E invece i quesiti per cui la Bonino si battè nel 2000, dalla quota proporzionale al finanziamento pubblico dei partiti? Quelli non erano «svilimenti», o «aberranti»? Sì, però in quel tempo non c’era Berlusconi in procinto di avvantaggiarsene. Come cantava Jannacci: ah be’, sì be’...
DEMOCRATICI, CONFUSI E FELICI
Nel Pd, in fondo, di voltagabbana non ce ne sono molti. Francesco Rutelli e Vannino Chiti, che oggi guidano il fronte ostile alla scelta di Dario Franceschini di votare “sì”, sin dalle prime discussioni in merito sono stati tra i più netti oppositori del referendum voluto da Parisi e dagli ulivisti. Eppure di una linea coerente pare non esserci traccia, con la maggioranza dei senatori democratici che si precipitano a proporre un ritorno alla legge Mattarella. Potere dell’allergia al Cavaliere. Un’idiosincrasia spiegata alla perfezione da Luciano Violante: «Il referendum aveva senso prima della scelta di Veltroni di correre soli. Ora la medicina rischia di diventare veleno». Ed evviva la sincerità. Perché il nodo dei testacoda del centrosinistra in queste settimane sta qui, in un referendum proposto quando il Pdl non esisteva e quando Pd e Forza Italia si potevano contendere il premio. Ora che il distacco è di almeno 15 punti, che contesa sarebbe? E quindi il dubbio si insinua. Cercare di forzare la mano al governo per far cambiare la legge o limitare i danni? Enrico Letta, uno che diceva di aver firmato perché «senza un vincolo esterno non si cambia la legge», ora spinge il partito a «ritrattare il “s씻. Perché, per finire, se n’è accorto pure Guido Bodrato, impolverato ministro dc negli anni Ottanta: «In pochi mesi è cambiata la situazione». Già, Berlusconi è sempre più in alto dei sondaggi. Tanto in alto che ha cambiato idea pure lui. «Mica sono masochista, voterò “sì”. È un vantaggio che mi si regala».
Sul tram c’è ancora posto, no?