L’antica arte di metter mano nei testi altrui

Le parole sono falsamente anglofone e moderne: editor ed editing. Indicano ciò che molto più semplicemente, nella vecchia editoria che ancora si portava dietro il ricordo del rumore dei torchi, si chiamava «il curatore». Qualcuno che, a vari livelli e con varie competenze, affianca l’autore per limare il manoscritto che diventerà libro. Insomma un «coraggioso» che fa in modo che dalla massa informe della fantasia autoriale emergano le quattro «C» che ammaliano il lettore (o almeno evitano che si arrabbi come una bestia):
Coerenza, Chiarezza, Chiusura, Correttezza. Eppure basterebbe la radice latina della parola per capire che si tratta di un mestiere vecchio come il mondo. Un mestiere costruito sull’eterna insicurezza degli scrittori e sulla necessità di litigare con loro per trasformare l’urgenza narrativa interiore in un prodotto (artistico o almeno vendibile).
Così, giusto per fare qualche esempio: l’Eneide di Virgilio, quando il poeta morì a Brindisi il 19 a. C., era tutt’altro che finita e l’autore voleva che fosse distrutta. Ci pensò Augusto a organizzare un «editing forzoso». Toccò a Lucio Vario Rufo e Plozio Tucca, due poeti non certo eccelsi, renderla presentabile. La cultura oggi è loro grata (non sapremo mai con sicurezza quante scelte azzeccate o quanti danni abbiano fatto). Molti secoli dopo, Ariosto, per l’ultima edizione del Furioso, inventò una specie di «editing sociale». Nella sua casa ferrarese, in contrada Mirasole, c’era una copia su cui gli amici potevano lasciare appunti e notazioni.
Certo, l’editing contemporaneo è più professionalizzato e caratterizzato da un rispecchiamento, spesso violento, tra editor e autore. I casi più noti: il talento di Raymond Carver, lo scrittore che ha cambiato la letteratura americana, sarebbe stato meno sfavillante senza l’intervento di Gordon Lish, direttore editoriale della Alfred A. Knopf. Del resto sarebbero molti gli scrittori ad avere debiti con Lish: Richard Ford, Cynthia Ozick, David Leavitt... Senza la cocciuta resistenza di Francis Scott Fitzgerald Fiesta di Hemingway avrebbe avuto un altro capitolo iniziale. Susannah Clapp, invece, si trovò a combattere riga per riga, parola per parola, contro un gigante della letteratura come Bruce Chatwin. Il grande ramingo non voleva tagliare nessuna delle sue molte (e, a quanto pare, noiose) divagazioni che appesantivano il testo di In Patagonia.
Insomma l’editing fa spesso la differenza fra il successo di un autore, soprattutto se giovane, oppure il flop. Solo che di questo il lettore spesso non si accorge. Si dice che dicesse un grande vecchio dell’editoria italiana, Raffaele Crovi: «L’editing è come il petting: si fa ma non si dice».
I risultati poi possono essere i più diversi. Quando Pier Vittorio Tondelli si presentò alla Feltrinelli armato del suo primo gigantesco manoscritto, Aldo Tagliaferri ebbe la bravura di capirne le potenzialità. Dopo un enorme lavoro di vaglio, il risultato fu Altri libertini. Meno fortuna ebbe, anni prima, Il Gattopardo, approdato prima in Mondadori e poi in Einaudi. Respinto in entrambi i casi. Un rifiuto clamoroso di cui non sono ancora chiari tutti i risvolti, anche se pare che la responsabilità non possa più essere attribuita a quello che era allora il principe dei curatori: Elio Vittorini (il quale fu anche lo scopritore di Rigoni Stern).
Allora come accade sempre per i mestieri più vecchi del mondo e poco praticati alla luce del sole: tutti dicono di non avere l’editor o lo maledicono per i tagli. In segreto gli si affidano e ringraziano tacitamente.