L’antica Roma rivive con Gadda al Teatro I

«Eros e Priapo», la rabbia in scena con la regia di Roberto Bacci

Andrea Indini

I mali del Novecento in una Roma che non ha tempo né luogo. Il tentativo di dare una risposta chiara alle domande che la storia (inesorabile) a creato nelle coscienze degli uomini. Un'innocente farsa inscenata per un Paese che, dopo anni, risulta ancora troppo legato ad alcuni fantasmi. In questi giorni, è ospite del Teatro I lo spettacolo diretto da Roberto Bacci, Eros e Priapo.
Il plot dello spettacolo nasce dalla folgorazione per la prosa di Carlo Emilio Gadda e in specie del suo spietato Libro delle Furie (come recitava il titolo primo dato a questa materia incandescente). Qui lo scrittore milanese dava corpo alla sue rabbie più ingestibili, facendo i conti con l'ingombrante figura del Duce - articolato istericamente Ku-ce dalle folle in delirio - di cui pure egli era stato plauditore.
L'ambiente è quindi quello della Roma imperiale, distesa sepolcrale di marmi, di cui egli vuole descrivere la corruzione sempre più mortifera che ne trapela, con cortocircuiti visionari e violentissimi. Benché pubblicato solo nel 1967, il libello psicanalitico e antimussoliniano di Gadda affonda le sue radici negli anni fiorentini, tra il '44 e il '45.
È alla rabbia e alla disperazione di quel periodo che anche lo spettacolo di Bacci si richiama. Qui si evoca tutto quel tono di esasperata polemica che lo caratterizza e che si esprime in un vorticoso ribollire e gorgogliare di parole e immagini, a stento contenute nei moduli del trattato machiavelliano e di una prosa piuttosto arcaica di tipo toscano-cinquecentesco.
Come ogni grande invettiva del Novecento totalitario, anche questo testo nasce in primo luogo dalla necessità di mettere drasticamente in crisi la figura dello scrivente rispetto ai dati del reale. Un conferenziere ammantato di panni rinascimentali (è attivo un continuo ed evidente rimando a Niccolò Machiavelli, «amaro» per la sua sapienza politica e indubbio punto di riferimento stilistico) spara a zero rivolgendosi a un pubblico che forse non esiste, svelando un meccanismo di seduzione di cui è stato vittima. Il «bicchierante» che voleva fare figliare le donne per mandare i rampolli alla «guerra, guerra, guerra», riuscì ad arrivare e a restare al potere grazie a un mix infernale di «patria, birri e femine».
E proprio come politico Don Giovanni egli viene presentato, tra lampi neri di misoginia quasi isterica, che poi rientrano nei ranghi di una commedia di carattere.