L’anticapitalista Moore si vende anche le interviste

VeneziaQuesta è bella. Per la prima volta sbarca al Lido Michael Moore, il famoso documentarista con gli occhiali e il cappelluccio da baseball, e si ritrova quasi quasi sul banco degli imputati. Sì, proprio lui, il regista che vinse l'Oscar con Fahrenheit 9/11, il guru della sinistra planetaria. È successo ieri pomeriggio, al termine di un incontro organizzato maldestramente da Variety, che dovrebbe essere il daily della Mostra e invece fa come gli pare. Un giornalista norvegese chiede al 54enne «raddrizzatorti» di Flint, Michigan, paladino della libera stampa, perché mai bisogna pagare 2 mila euro (e anche di più) per intervistarlo. Moore reagisce con una risata, sbuffando: «Non ci posso credere, ma è uno scherzo? Mai preso soldi in vita mai per farmi intervistare». Solo che a quel punto altri quattro cronisti stranieri insorgono, uno dei quali - australiano - pronto a mostrare una mail con cifra e richiesta di pagamento. La questione è controversa, ma la pratica sarebbe diffusa: se vuoi la star di turno per un'intervista «a parte» capita di dover pagare un discreto obolo al distributore internazionale. Vale anche per Michael Moore, sicuramente a sua insaputa. E però così va il mondo. È il capitalismo, bellezza.
Proprio Capitalism: a love story si chiama il film, appena terminato, che il regista, ormai più divo di George Clooney nonostante la stazza, ha portato in anteprima mondiale alla Mostra. Titolo ironico, per un tema tremendamente serio: il tracollo economico americano, e di riflesso mondiale, nel passaggio tra la fine dell'era Bush e la vittoria di Obama. «Un perfetto film sentimentale. Con tutti gli ingredienti delle più belle love story: lussuria, passione, romanticismo e 14mila lavoratori licenziati ogni giorno. E un amore: il capitalismo», ama ripetere il regista sul filo del sarcasmo. Il film, targato Paramount, uscirà negli Usa il 2 ottobre, data scelta non a caso: il primo ottobre 2008 il Senato statunitense stanziò 700 milioni di dollari per salvare Wall Street dalla bancarotta provocata da una finanza scellerata. Da noi si vedrà a fine ottobre, distribuito dalla Mikado (l'ufficio stampa tiene a ribadire di non aver chiesto soldi ai giornalisti).
Dal vivo Moore è sempre lo stesso di Roger & Me, 1989, il documentario che meritatamente lo lanciò. Nel frattempo il campione dell'indignazione ha guadagnato un mare di soldi, capitalizzando ogni iniziativa, libri compresi. In patria molti lo adorano, altrettanti lo detestano, qui al Lido sa come farsi amare. Cita Berlusconi due volte, la seconda così: «L'Italia ha una situazione unica al mondo, perché avete in carica un premier che ha davvero poco rispetto per i media, il che è ironico, visto che li possiede tutti. Ed è chiaro che li ha comprati per fare uscire solo versioni ufficiali». La solita zuppa.
Per il resto, sa anche prendersi in giro. Il suo film l'ha prodotto Viacom, che significa Paramount, una delle più potenti major hollywoodiane, e lui non si nasconde dietro un dito. «I capi delle società fingono di scandalizzarsi vedendo i miei film. “Guarda cosa dice di noi questo qui?”, protestano. E subito dopo: “Però quanto ci fa guadagnare...”. Lo so». Scherza sui soldi che ha guadagnato: «Ci comprerò una barca più grossa», ma, appunto, è una battuta. Li userà per girare nuovi film su argomenti scottanti, perché, profetizza, sarà sempre più difficile per lui trovare compagnie disponibili a finanziarlo.
Naturalmente Capitalism: a love story non è «una lezione di economia, somiglia semmai a un film sui vampiri»; aggiunge che l'indagine è a tutto campo, «faccio nomi e cognomi, attacco entrambi i partiti, senza paura, critico un sistema che permetta, incoraggia e garantisce la corruzione»; offre cifre sconvolgenti, chissà quanto fondate: «Ogni 7 secondi una famiglia americana perde la casa». Gli chiedono se sia «di sinistra». Esita a rispondere. Certo ha votato e gli piace Obama. «Il giorno più bello della mia vita è stato quando il presidente ha cacciato i manager della General Motors», confessa. Maglietta rossa enorme, per una volta senza cappelluccio, Moore sostiene che il collasso dell'economia statunitense viene da lontano, dalla politica economica di Reagan, dalle illusioni create dal mercato, da Bush e dai suoi «otto anni di follia». «I capitalisti sono capaci di venderti anche la corda per impiccarti se possono guadagnarci un dollaro», dice sfoderando un antico adagio socialista. Però, s'intende, «I love America».