L’antico vizio giustizialista della Quercia

I diessini hanno una scimmia sulla spalla: il giustizialismo. L'amore della base per le manette appare quasi irrefrenabile. I capi diessini hanno dovuto constatare come i militanti stiano più con Marco Travaglio che con il vignettista Sergio Staino: il vecchio mito del «militante», impersonato dal personaggio stainiano Bobo, è sostituito da quello del giornalista ultramanettaro. Alla Festa dell'Unità di Roma, Piero Fassino è contestato per l'appoggio all'indulto. Raccontano vecchi militanti del Pci oggi diessini che è sorprendente quanto seguito abbiano le proteste di Antonio Di Pietro. Niente più patriottismo di partito che un tempo avrebbe portato a contrastare chi avesse paragonato i propri dirigenti alla Banda Bassotti. Triste destino per gli eredi di un partito che faceva della propria autonomia (a parte Mosca) il suo tratto distintivo. Certo, sulla nuova realtà pesa anche la positiva laicizzazione del legame con il partito dopo il fallimento del comunismo. Ma nel giustizialismo di oggi vi è anche il riflesso di antiche radici, dell'odio di classe per i ricchi che non è male sbattere in galera. Vi è poi un elemento di degenerazione della cultura politica. Pur con gravi ambiguità, il Pci, volendo ereditare la tradizione socialista, educava a pensare la politica con la testa, non solo con le viscere, a ragionare sulle soluzioni non solo di denunce e proteste plebee. La crisi inizia con Enrico Berlinguer, che quando stava fallendo il comunismo, non sapendo come cavarsela, s'inventò la questione morale. Poi arrivò Achille Occhetto che, complici Massimo D'Alema e persino qualche leader riformista, pensò di superare la caduta della Prima repubblica, di cui il Pci era fondatore, affidandosi ai pm. Dopo, rimediare ai guasti da diseducazione politica fu sempre più difficile. La crisi delle risorse, derivata dall'esaurirsi del sistema di finanziamento illegale, portò a consegnare l'Unità a una direzione giustizialista (Furio Colombo e Antonio Padellaro): cosicché ogni volta che D'Alema e Fassino cercavano di prendere un'iniziativa, l'Unità gli contrapponeva il cuore della base.
E ora, tornati al governo, i Ds raccolgono i frutti delle battaglie politiche non fatte. Con una serie di prezzi da pagare: per esempio un quotidiano come il Corriere della Sera può scatenare una campagna contro D'Alema, senza suscitare ripulse nella base diessina. Sul piano politico, poi, quel ruolo di riconciliazione nazionale che D'Alema aveva tentato alla fine degli anni Novanta, è ora assunto da ex dc come Clemente Mastella e Nicola Mancino. L'unica carta seria che hanno ancora i diessini è quella di Giorgio Napolitano che da presidente della Repubblica sta svolgendo un ruolo di garante della democrazia. Però i diessini corrono gravi rischi: Arturo Parisi dice che tra gli elementi fondativi del partito democratico vi deve essere il giustizialismo degli anni Novanta, sulla stessa linea Eugenio Scalfari che dice come la questione della «legalità» deve distinguere destra e sinistra (un po' come Giuseppe Stalin che ha sempre sostenuto che chi era contro di lui era contro la legge). Di Pietro ricorda, poi, di essere in sintonia con Romano Prodi.
Ma una linea giustizialista e di politicizzazione di magistratura e questione legale, non appare ormai in generale come rovinosa? Vi sono non piccoli ambienti della società italiana che pensano di comportarsi con l'Europa come il principe di Salina con i piemontesi dopo l'Unità d'Italia: rinunciare a un ruolo politico per difendere i propri privilegi. E il giustizialismo è una buona via per raggiungere questo obiettivo.