L’anticrociata di Iran e Siria

Livio Caputo

Condoleezza Rice non avrebbe potuto essere più chiara: «L’Iran e la Siria hanno fatto di tutto per incendiare gli animi e sfruttare questa vicenda per i loro fini». Il vice presidente iraniano Rashim Mashaee si è affrettato a negare, ma gli americani hanno già avviato una indagine globale per provare la loro accusa. Perciò, chi spera che, tra mezze scuse occidentali per l’oltraggio recato al profeta ed appelli alla calma dei leader islamici moderati, la «tempesta delle vignette» possa infine quietarsi fa probabilmente i conti senza l’Iran. Vi sono infatti segni inequivocabili che il regime degli ayatollah voglia cavalcare fino in fondo questa controversia con un triplice obbiettivo: prendere idealmente la guida del movimento fondamentalista islamico contro l’Occidente, alimentare lo scontro di civiltà e spezzare l’isolamento in cui è venuto a trovarsi a seguito del suo malcelato tentativo di procurarsi la bomba atomica. In questo sforzo di sfruttare politicamente la vicenda Teheran sembra avere l’appoggio sia della Siria, sua tradizionale alleata oggi sul banco degli imputati per una serie di delitti commessi in Libano, sia dei palestinesi, che probabilmente sperano di intimidire con le loro dimostrazioni l’Unione Europea e indurla a recedere dalle posizioni di chiusura verso Hamas. Ma c’è ragione di temere che, mettendosi alla guida di quella che potremmo definire una anticrociata, l’Iran sia in grado di raccogliere vasti consensi anche in altri Paesi: in Afghanistan, dove è sempre riuscito a mantenere una presenza e dove non a caso si sono verificati gli incidenti più sanguinosi; ma anche in Irak, dove gli sciiti vittoriosi nelle ultime elezioni sono già adesso abbastanza Teheran-dipendenti, e in Libano, dove l’Hezbollah, partito di governo che mantiene una propria milizia, obbedisce da sempre ai suoi ordini.
Più gli ayatollah riusciranno a presentarsi al mondo islamico come i veri difensori della fede - facendo passare in secondo piano il peccato originale di essere i portabandiera dell’eresia sciita - meglio potranno resistere alle pressioni della comunità internazionale perché abbandonino il processo di arricchimento dell’uranio. Più la tensione tra i due mondi rimarrà alta, più facile sarà per il regime iraniano giustificare le sue posizioni oltranziste nei confronti di Israele e dell’Olocausto e la sfida a tutto campo al mondo occidentale lanciata dal nuovo presidente Ahmadinejad.
Sebbene lo scontro non sia - in prima battuta - opera sua, Teheran sta giocando la partita con una certa abilità e con assoluta spregiudicatezza. Ha definito “sante” le dimostrazioni di protesta, deciso il boicottaggio totale dei prodotti danesi ma anche attribuito la vicenda a un complotto sionista, cercando di coinvolgervi la stessa America. Pur senza avallare l’attacco alle ambasciate europee, ha fatto poco o nulla per impedirlo. Ha plaudito alla decisione di Hamshahr, il principale quotidiano del Paese, di indire un concorso per vignette sull’Olocausto, per verificare se la libertà di espressione invocata dall’Occidente per giustificare la satira contro Maometto si applica anche a questo tema. Ha ordinato ai suoi media di accentuare il tono bellicoso non solo verso la piccola Danimarca, ma verso tutti i Paesi che denigrano l’Islam e pretendono di dettargli legge.
In questo clima di confronto esasperato, il problema di fermare la marcia degli ayatollah verso la bomba nucleare diventa nello stesso tempo più difficile e più urgente. Sebbene l’Agenzia Atomica internazionale abbia infine deciso di deferire l’Iran al Consiglio di Sicurezza se entro un mese non si arriverà a una soluzione concordata, nella comunità internazionale non c’è ancora intesa sulla strategia da seguire. Gli Stati Uniti sono i più risoluti nel puntare sulle sanzioni, ma l’Europa teme una crisi petrolifera e Cina e Russia sono ansiose di non compromettere i loro importanti rapporti economici con la Repubblica islamica. Teheran specula abilmente su questi dissidi, escludendo un giorno qualsiasi possibilità di compromesso e facendo balenare quello seguente una possibile accettazione della proposta di procedere all’arricchimento dell’uranio necessario per le future centrali iraniane in laboratori russi. Nelle cancellerie europee, che per due anni si sono adoperate invano per indurre l'Iran a rinunciare alla produzione di materiale utilizzabile a fini militari, molti si sentono presi in giro, ma ci si rende anche conto che l'abbandono definitivo della via diplomatica permetterebbe agli ayatollah di accelerare ulteriormente i tempi.
Comunque vadano le cose, la pubblicazione delle dodici vignette su Maometto, di cui quattro mesi fa quasi nessuno si era accorto, rischia ora di diventare uno degli inopinati casus belli di cui è piena la storia.