L’antidizionario del diabolico Ambrose Bierce

Visto che nulla è più inedito dell’edito, salutiamo come importante novità editoriale la ristampa di un classico della letteratura americana. Si tratta del Dizionario del diavolo (pubblicato a San Francisco nel 1925) di Ambrose Bierce, che vede adesso la luce per Baldini Castoldi Dalai a cura di Giancarlo Buzzi. L’ultima edizione di cui ho memoria (più o meno contemporanea di un’altra edita da Sugarco e assai meno completa) è del 1985 (Tea), a cura di Guido Almansi. Rispetto a quello curato da Almansi, il presente dizionario è arricchito da alcune voci in più e privato di altre. Troviamo, per esempio, «abnegazione»: «rinuncia a piaceri non vantaggiosi o a guadagni che costano fatica». Oppure «pirata»: «conquistatore in piccolo, le cui conquiste mancano del santificante merito della grandezza». E non troviamo «Allah»: «nome proprio maschile. L’ente supremo dei maomettani, da non confondersi con quello dei cristiani, degli ebrei, ecc.». Oppure «intenditore»: «uno specialista che conosce tutto di una data cosa e nulla di tutto il resto». Ma non cambia molto. Il Dizionario resta sempre il libro di una grande carogna cui le carogne di tutto il mondo debbono qualcosa. E non solo, a Bierce deve non poco anche uno scrittore del calibro di Ernest Hemingway che, leggendone i racconti, riconobbe in quest’uomo rancoroso e duramente provato dalla sorte (due figli morti), scomparso in circostanze misteriose, forse al seguito di Pancho Villa, il primo scrittore moderno di guerra di lingua inglese. Lo smisurato cinismo del dizionario è salutare. Come una boccata di aria pura che consente di schiarirsi i pensieri e trarre le conseguenze implicite nelle cose, guardando il mondo senza ipocrisia. Essendo un «cinico», «una canaglia di vista difettosa che vede le cose come sono». È un brutto mondo? Senz’ombra di dubbio. Allora siamo tutti avvertiti: l’uomo conosce solo il suo interesse personale. Di conseguenza, «dicono che il plurale di “io” sia “noi”, ma che possano esserci più “io” è certamente più chiaro ai grammatici che all’autore di questo incomparabile dizionario». L’«ammirazione» è invece il «nostro garbato riconoscimento della somiglianza di qualcuno a noi» e «l’egocentrico» è «persona di cattivo gusto, che si interessa più di sé che di noi». E potremmo continuare a lungo. Ovviamente, tanto più sono estranee al contesto storico dell’autore, slegate da episodi, personaggi e valori del suo tempo, tanto più le definizioni di Bierce hanno valore universale, conservano freschezza e attualità. Bierce traduce “solo” «in cattiva compagnia»; “storico” «chiacchierone di grosso calibro»; guarda al “successo” come alla «fine dello sforzo e l’inizio della delusione», nonché all’«unico peccato imperdonabile contro i propri colleghi». Il suo Dizionario non è la versione plebea e incattivita delle Maximes di François de La Rochefoucauld. Di fronte a quelle, manca di grazia, eleganza, spirito aristocratico. Abbonda in compenso di rabbia, furia iconoclasta, pessimismo assoluto: è un distillato di spirito carognesco, degno dell’autore. Che una volta, lapidario, recensì un libro osservando che c’era «troppa separatezza fra le due copertine». E un’altra dichiarò: «Io vendo insulti». Bierce scrive cose terribili, facendoci divertire. Anzi, più vi divertite leggendolo, più alta è la vostra affinità carognesca. Per dire, io mi diverto moltissimo.

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