L’antidoto alla demagogia? La libertà

S ociologo ed economista, filosofo e politologo, giornalista e docente universitario, il francese Raymond Aron (1905-1983) è stato uno dei più grandi pensatori liberali del Novecento. Laureatosi in filosofia all’Ecole normal supérieure, dove fu compagno di studi di Jean-Paul Sartre e Paul Nizan, si perfezionò in Germania studiando l’esistenzialismo di Heidegger e la fenomenologia di Husserl. Dopo l’invasione della Francia da parte dei nazisti, si rifugiò in Inghilterra collaborando come redattore alla rivista France libre, vicina a De Gaulle. Dal secondo dopoguerra alla morte ricoprì molti incarichi di varia natura: docente alla Sorbona e all’École pratique des hautes études, collaboratore de Le Figaro e dell’Express, membro dell’Accademia francese. Autore di testi fondamentali che hanno segnato profondamente la cultura francese ed europea (L’oppio degli intellettuali, Le tappe del pensiero sociologico, La società industriale), Aron ha rappresentato la continuità culturale di quell’illuminismo lontano da ogni estremismo razionalistico e ottimistico che, irresponsabilmente, assegna agli uomini compiti superiori alle loro forze, spingendoli verso traguardi politici, sociali ed economici del tutto impossibili. A esempio, per capirci, egli è il contrario di Marcuse e di altri teorici dello stesso stampo, francofortesi o meno, che durante il ’68 hanno lungamente vaneggiato.
Di Aron torna ora in libreria un lavoro significativo: Introduzione alla filosofia politica. Democrazia e rivoluzione (prefazione e cura di Costantino Marco, Marco editore, euro 25, pp. 220) libro che raccoglie le lezioni tenute alla Sorbona nel 1952. La sua importanza consiste nel fatto che qui sono anticipate allo stato originario molte tesi elaborate successivamente nelle opere maggiori.
Aron parte da una valutazione decisiva: l’impossibilità di controllare gli esiti della lotta umana per il potere e perciò il riconoscimento che il potenziale creativo della storia rende vano ogni sforzo volto a imbrigliarne gli sviluppi. Per l’uomo si tratta di convivere con i propri limiti, onde ricavare proprio da essi tutte le varianti possibili del compromesso tra le aspirazioni e la realtà. Da questa semplice ma irrinunciabile considerazione storica, che non deve implicare scetticismo o nichilismo, ma solo la consapevolezza dello scarto fra i progetti e la effettiva possibilità di successo, discende l’estrema fragilità della democrazia. Poiché la democrazia - come aveva già sentenziato Tocqueville - è l’espressione della tendenza generale verso una maggiore uguaglianza e poiché questa spinta rende protagoniste le masse popolari, il problema politico è la «gestione tecnica» di tale processo.
Naturalmente questa spinta non significa che la democrazia realizzi effettivamente l’uguaglianza. In modo disincantato Aron riconosce che essa è la forma procedurale che consente la libera e pacifica concorrenza delle élite per conquistare il potere con l’appoggio delle masse popolari. In questo senso Aron ammette che le spiegazioni sul carattere condizionato del consenso elettorale, quale esito della democrazia parlamentare e rappresentativa, sono quasi sempre veritiere. Ammonisce, tuttavia, che non ci sono alternative: la via rivoluzionaria porta solo alla costruzione di una società totalitaria, come è confermato dalla realizzazione del comunismo. Il messianesimo rivoluzionario alimenta sogni privi di ogni prospettiva concreta e porta all’azzeramento di ogni libertà reale.
Per rendere chiaro il significato della natura della democrazia è sufficiente distinguerla dal liberalismo: nella prospettiva liberale i valori sono considerati giusti in sé; nella prospettiva democratica sono considerati giusti se hanno il consenso popolare. Chi aspira a governare deve quindi catturare tale consenso e ciò comporta che nelle pieghe dell’ambito democratico persistano, insuperabili, ampie potenzialità demagogiche. Di qui il complicato rapporto tra minoranze e masse perché le élite che aspirano al governo risultano piegate alla necessità di inseguire e di accarezzare gli umori e la volontà del popolo, al fine di ottenere l’assenso ai loro progetti. In altri termini, la democrazia, di per sé, non garantisce nulla. Basti pensare alla Germania dove il nazismo è andato al potere per via democratica: il sistema democratico è, per propria natura, in uno stato di permanente precarietà. Chi crede esclusivamente nella democrazia ha poche armi di difesa perché deve accettare le decisioni scaturite dalla sovranità popolare che di per sé non conduce alla verità e alla ragione.
Questa drammatica consapevolezza fa di Aron un pensatore lucido e disincantato e ciò spiega la scarsa fortuna - rapportata al grande valore del suo pensiero - che egli ha avuto in vita. Come scrisse Jean-Jacques Revel nel decennale della sua morte, a differenza di Sartre, Foucault, Althusser e altri guru della sinistra francese che per decenni hanno alimentato la demagogia più irresponsabile (così, tanto per ricordare: nel 1954, di ritorno dalla Russia sovietica, Sartre affermò pubblicamente che lì regnava la più grande libertà!) Aron ha avuto il torto di avere avuto quasi sempre ragione.