L’antimoderno De Chirico e la grande pittura

Che l’opera di Giorgio De Chirico sia come un giuoco di intarsi casuali, le cui parti compongono un panorama inusitato ma coerente, tutti un po’ dovrebbero saperlo. Eppure la letteratura critica ha preferito in genere spezzettare in periodi distinti (il metafisico, il classicheggiante, il barocco, eccetera) la vena espressiva dell’artista senza tener conto delle sue rimostranze. Non così ha fatto invece Vincenzo Trione nel concepire un accurato saggio monografico (Atlanti metafisici. Giorgio De Chirico. Arte, architettura, critica, Skira, pagg. 380, euro 24,50) in una trama di annotazioni cronologiche, biografiche, letterarie ed estetiche da cui l’antimodernismo del Pictor Classicus emerge come espressione coerente della sua aperta polemica con le avanguardie del XX secolo.
La posizione di De Chirico non va confusa con la retorica dell’accademismo. Il suo universo poetico è ispirato dai maggiori interpreti della crisi culturale europea agli albori del ’900. L’intenso dialogo spirituale con Schopenhauer, Baudelaire e Nietzsche spiega la sua idea “inattuale” dell’arte e della poesia rispetto alle concezioni “progressiste” del tempo e della storia. Motivi tardo-romantici, meditazioni alla Spengler, evocazioni del mito classico, ironie sui vani tentativi di dare un senso “ragionevole” alle vicende umane, accostano la poetica del “mistero” di De Chirico ad alcuni grandi interpreti del XX secolo (Eliot, Pound, Pirandello). Appoggiandosi per analogia ad un testo di Jorge Luis Borges, Vincenzo Trione trova un efficace paragone nella figura geografica dell’«atlante metafisico», luogo simbolico del mondo come itinerario e come labirinto in cui De Chirico stabilisce un dialogo visivo associando miti ed eroi al di là dello spazio e del tempo in una serie di travestimenti che lo impegnano da solo in una lotta contro i «luoghi comuni» del mondo moderno.
L’artista sarà così, tanto il giovane Ebdòmero, protagonista di un suo surreale racconto, quanto lo straniato Monsieur Dudron, pittore tendenzialmente anacronista; e poi ancora si chiamerà Pictor Optimus o Pictor Classicus, e si osserverà di nuovo in tanti autoritratti in costume. Il che giustifica la sua celebrazione “inattuale” della pittura prima di tutto come tecnica e rituale iniziatico contro la sciatteria e la negazione del “mestiere” perseguita dai “rivoluzionari” dell’arte moderna.
Senza prediligere una linea stilistica, De Chirico gareggerà così per il primato ideale della “qualità” ispirandosi a Raffaello, a Rubens, a Tiziano, a Ingres, fino al suo “maestro” Böcklin, in una concomitanza fantasmagorica di tempi, luoghi, situazioni e stili che solo la nobile arte della pittura, così come egli la intendeva, può tradurre in opera. Solo in apparenza allora il calendario visivo di De Chirico può mostrare il profilo di un eclettismo incostante: in realtà il suo eccezionale «atlante metafisico» descrive un coerente inno alla «Grande Pittura» come contraltare di tutti gli idoli della “modernità”.