L’antipatico è più macho Così le donne perdono la testa

L’antipatico è. Il simpatico fa. Essere antipatici è un carattere, una sostanza, una natura. Essere simpatici richiede impegno, è un modo di apparire, di farsi piacere anche quello che non si ama. Naturalmente ci sono molti simpatici spontanei, istintivi e disponibili. Ma il sospetto che fingano, che cerchino di conciliare per quieto vivere, è troppo forte. L’antipatico è libero, ignorante (perché ignora, perché è superbo, perché è intrattabile), ed esercita una attrazione irresistibile. Perché l’antipatico sta dalla propria parte; non concede. Non tratta. Non discute. Così avviene che gli antipatici abbiano una imprevista fortuna, che le donne ne riconoscano la forza; che essa abbia dei tratti di virilità. Mentre il simpatico, accomodante si mette nei panni degli altri, fa quello che pensa sia gradito. Si mette in favore della camera, sorride, si avvicina.
Qualche anno fa, per ben tre anni, risultai vincitore del concorso «il più antipatico d’Italia», promosso dalla rivista Sorrisi & Canzoni. Mentre il mio primato rimase indiscusso e inalterato, di volta in volta il mio corrispondente, il più simpatico d’Italia, mutava: una volta fu Gerry Scotti, una volta Fiorello, una volta Columbro. Con quest’ultimo accadde una cosa curiosa. Mi telefonò la redazione del settimanale chiedendomi di venire da Roma a Milano a posare per una fotografia per la copertina. Cominciai subito a mostrarmi indisponibile dicendo che non avevo tempo, che avevo cose più importanti, accettando di partire solo dopo che mi fu garantito un volo privato a spese dell’editore (che era Berlusconi).
Arrivato a Milano, fui portato nello studio del fotografo che subito rivelò le sue intenzioni descrivendomi l’improbabile scenario. Una spiaggia simulata, con la sabbia, due ombrelloni, due sedie a sdraio, e i due vincitori. Columbro avrebbe dovuto indossare una maglietta con un sorridente cocomero; io una con un limone. Paziente e tranquillo Columbro accettò le prescrizioni, si mise la maglietta e trovò naturale fingere di essere al mare. In sostanza fece quello che gli chiedevano, si adattò, fece il simpatico. Io non esitai un attimo a rifiutare di indossare la maglietta con il limone, e magari anche di fare una smorfia di circostanza e di mettermi sotto l’ombrellone, a Milano in una situazione improbabile. Tenni giacca e cravatta e mi feci fotografare in piedi. Ero arrivato a Milano, ma non per travestirmi o per accettare ridicole prescrizioni. Così continuai a essere me stesso, a non fare il simpatico, a stare dalla mia parte che mi impediva di travestirmi o di fingere una condizione improbabile e assurda. Fui, cioè, antipatico, la ragione per cui ero stato chiamato.
Questa situazione, nella vita reale, si è per me riprodotta in molte circostanze; e, sempre, io ho fatto fatica a contenere la mia natura, a trattenermi, a evitare di mostrare la mia contrarietà. Ciò, per istinto, per natura, mi ha messo nelle condizioni di esprimere coraggio, o forse temerarietà. E questo atteggiamento di sfida, di ribellione, alla fine mi ha forse procurato «simpatie» non cercate. Si è capito che il mio non era un atteggiamento, e si è trovato positivo che qualcuno dicesse quello che molti pensavano. Come il bambino che vide il re nudo. Quel bambino fu certamente antipatico ma rivelò la pavidità e il conformismo di quelli che dicevano di vedere i vestiti bellissimi dell’imperatore. La constatazione del bambino fu una liberazione per tutti. Così, talvolta, le esternazioni e i comportamenti dell’antipatico.