L’Antitrust è scettica: «Banche dall’estero ma non si migliora»

Catricalà critico: «Dagli stranieri pochi benefici al mercato. Ora bisogna tagliare gli intrecci». Profumo: «No alle Opa ostili»

da Roma

«L’avvento di banche straniere non ha portato, per ora, alcun beneficio sul mercato perché non c’è stato un aumento della concorrenza». Il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, non ha utilizzato eufemismi e ha criticato il luogo comune secondo il quale l’avvento di istituti di credito esteri in Italia coincide con un miglioramento della qualità e del costo dei servizi.
La sortita di Catricalà è giunta in un momento delicato per il settore nel quale, oltre alle fibrillazioni interne a Capitalia, si stilano i primi bilanci della Bnl francese e dell’Antonveneta olandese. Secondo il presidente dell’Autorità, la prosecuzione del movimento di integrazione tra gli operatori potrebbe migliorare la situazione. «Speriamo che ciò accada con le aggregazioni - ha detto - ma il vero problema è che queste integrazioni si fanno tra banche nelle quali ci sono intrecci azionari. Questo è il tessuto del nostro capitalismo».
L’obiettivo principale, quindi, è recidere i legami tra banche e banche e tra banche e imprese. «Bisogna cercare di attenuare questi intrecci - ha aggiunto - e tutta la nostra azione è volta soprattutto ad avere una competizione chiara. Per far scendere il profitto di concorrenti forti ci vuole una forza politica molto più grande dell’Antitrust». Tagliare i ponti con il passato non è facile anche in ragione dell’eredità del criterio di «vigilanza prudenziale» che, applicato fino all’entrata in vigore della legge sul risparmio dalla Bankitalia pre-Draghi, ha prodotto la situazione attuale.
Le affermazioni di Catricalà non hanno rappresentato un puro esercizio retorico, ma sono state rivolte a una platea di soggetti interessati nel corso di un convegno della Fondazione Einaudi. Come il commissario Ue alla Concorrenza, Neelie Kroes, il presidente Abi, Corrado Faissola, e gli amministratori delegati di Intesa Sanpaolo e Unicredit, Corrado Passera e Alessandro Profumo. Kroes ha ricordato che «in Italia i costi dei conti correnti sono sei volte superiori alle media dell’Ue-25» plaudendo all’iniziativa Abi di abolizione dei costi di chiusura.
Passera ha messo in evidenza altre particolarità dell’anomalia italiana come il «costo del lavoro, le tasse più elevate e l’uso eccessivo del contante» che incidono sui prezzi dei servizi. Gli intrecci non sono un problema. «Le nostre partecipazioni sono lo 0,5% degli attivi e hanno consentito sostegno a grandi operazioni».
Profumo, invece, ha toccato un nervo scoperto: le aggregazioni devono essere condizionate alla creazione di valore nel tempo. «Le operazioni ostili - ha sottolineato - nel nostro settore sono impossibili. Se gli azionisti aderissero a un’Opa e il management se ne andasse, non converrebbe comperare un asset il cui valore precipita». Una supremazia dei manager? «No - ha spiegato al Giornale - perché anche senza un azionariato stabile l’asset si deprezza». Allo stesso modo, «non è detto che la proprietà sia allineata ai vantaggi della comunità» ha detto riferendosi ai micromonopoli delle Sparkasse tedesche. Gli intrecci non sono un problema. «Il rendimento di un investimento deve essere superiore al costo del capitale. Punto».