Per l’aoristo basta la cattedra ma per Goethe occorre l’anima

Ho passato una adolescenza intera a leggere classici, ma scegliendoli io, e senza dare nessuna importanza a quanto mi veniva offerto a scuola. Frequentavo un liceo classico come il De Amicis di Oneglia, piuttosto provinciale anche se, devo dirlo, piuttosto glorioso. Gli autori greci diventavano pretesti per lunghe corse a ostacoli attraverso aoristi e duali, quelli latini per altrettanto intricati percorsi lungo la consecutio temporum. Come si potevano apprezzare Erodoto ed Eschilo, Cicerone e Virgilio leggendoli in quella maniera? Con l’incubo della «versione» e del voto che ne sarebbe seguito? Così la lettura dei classici divenne subito per me, e lo è rimasta, una clamorosa, anarchica, appassionata domanda di libertà.
Di Shakespeare nessuno parlava allora al liceo? Benissimo, io mi misi a leggere Macbeth e il Sogno di una notte di mezza estate, in un volumetto che per di più mi era stato passato da un amico che frequentava il Nautico. E Goethe? Scopersi da solo Le affinità elettive, e ne feci il mio libro-guida per capire il senso dell’amore, tema che mi ha sempre ossessionato; e poi ne regalai una copia alla mia ragazza, che lo tenne sotto il cuscino sino a gualcirlo. Nessuno parlava di Baudelaire e Mallarmé? E io, che allora non spiccicavo una parola di francese, mi gettai a capofitto nella lettura dei due immensi autori dei Fiori del male e del Pomeriggio d’un fauno. Comperavo i classici della Bur di allora, quando un volume singolo, con quella sobria, uniforme copertina grigio topo costava settanta lire. Siccome allora il prezzo d’ingresso al cinema era di centocinquanta, saltando un film mi mettevo sullo scaffale un Re Lear e un Faust.
Già allora la massa leggeva gialli. Anonimi, intercambiabili, da passarsi a blocchi in spiaggia. Noi pochi liberi lettori di classici ci sentivamo orgogliosi di non appartenere a quella massa, lo stesso orgoglio che qualcuno, io per esempio, sentiva nel non aver mai bevuto e nel non avere mai offerto a una ragazza una Coca-Cola. Insomma, i classici nella mia esperienza non sono soltanto i libri per l’eternità, sono i libri per l’adolescenza, per quel periodo meraviglioso e terribile della nostra vita quando non sappiamo ancora quale sarà il nostro destino, e siamo più pronti a sognare e dialogare con Amleto, con Don Chisciotte, con Robinson Crusoe, con Tristram Shandy, col giovane Werther, e a pensare che Jeanne o Mary, oltre che le donne di Baudelaire e Mallarmé, possono benissimo essere le nostre. Beninteso, io ho amato e amo moltissimo i classici italiani, ma scoperti da me, dopo, in ritardo, in una lettura senza condizionamenti e inquadramenti. In sostanza, sono qui a dire che i classici non possono essere insegnati. E che, se una scuola sempre più demagogica, aziendale, televisiva, idiota li proibisse in quanto troppo umani e troppo arcaici ed estranei alla dinamica assoluta del mercato, allora qualcuno li riscoprirebbe davvero, ne vedrebbe la carica di liberazione da ogni schiavitù e l’eterna energia luminosa.