L’apertura di Bush al vertice Usa-Ue: «Vorrei poter chiudere Guantanamo»

Sul tavolo a Vienna la lotta al terrorismo, l’Iran, il Medio Oriente e i temi dell’economia

Roberto Fabbri

Mi piacerebbe vedere chiusa Guantanamo, ma non sarà facile. Ieri a Vienna, al vertice tra Unione Europea e Stati Uniti, il presidente americano George W. Bush è tornato con una relativa apertura sul tema delicato del carcere speciale nella base che gli Usa possiedono dalla fine del secolo scorso, in regime di extraterritorialità, a Cuba e nel quale sono detenute circa 500 persone (in gran parte sauditi, yemeniti e afghani) collegate al terrorismo islamico. Bush, rispondendo alle richieste europee di chiudere il centro di detenzione e processare i prigionieri oppure rilasciarli, ha fatto presente ancora una volta la pericolosità di quei carcerati, «assassini a sangue freddo che ucciderebbero ancora se lasciati liberi». È in fondo quanto ha già ripetuto in diverse occasioni (l’ultima una settimana fa al ritorno dalla sua visita a sorpresa a Bagdad) in questo mese di giugno, al termine del quale è atteso il pronunciamento della Corte Suprema degli Stati Uniti in merito alla costituzionalità dei tribunali militari che Bush ha istituito per processare i «combattenti nemici», che sono poi i detenuti di Guantanamo.
L’apertura americana sul tema del rispetto dei diritti umani nella lotta contro il terrorismo si è comunque concretizzata nel comunicato finale del vertice, nel quale si assicura un impegno congiunto «nel rispetto dei nostri comuni valori». Ma ieri a Vienna il presidente americano - che ha definito Usa e Ue «stretti partner per pace e prosperità - ha dovuto sperimentare direttamente un certo tipo di impopolarità, se non proprio di ostilità, quando diversi giornalisti austriaci e stranieri gli hanno rivolto in conferenza stampa domande molto incalzanti sui diritti umani, sui “voli Cia” e sul ruolo internazionale del suo Paese. Tanto che in alcuni casi lo stesso cancelliere austriaco Wolfgang Schüssel si è sentito in dovere di venire in suo aiuto, ricordando a un reporter particolarmente aggressivo che «è grottesco dire che l’America calpesta i diritti dell’uomo». A chi gli ricordava che solo il 14 per cento degli austriaci pensa che gli Usa si adoperino per la pace, Bush ha risposto seccato di credere che la gente capisca che l’Iran rappresenta un pericolo maggiore; «capisco le critiche alla nostra politica sull’Irak, ma reagisco all’11 settembre - ha aggiunto - e difendo il mio Paese, non m’interessano i sondaggi ma ciò che ritengo giusto».
Oltre alla questione dell’energia, su cui si sono riscontrate buone convergenze, un altro tema molto importante affrontato a Vienna è stato appunto quello della minaccia nucleare rappresentata dall’Iran e dalla Corea del Nord. Bush ha colto l’occasione per replicare al presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, che proprio ieri se n’è uscito dicendo che Teheran risponderà «entro il 22 agosto» all’offerta di incentivi fattale dai “cinque Grandi” dell’Onu più la Germania in cambio dello stop al programma di arricchimento dell’uranio nelle sue centrali. Agli iraniani era stato fatto chiaramente capire che la risposta era attesa prima del vertice G8 di San Pietroburgo a metà luglio, e Bush ha detto che l’attesa preannunciata da Ahmadinejad «è terribilmente lunga; avevo parlato di settimane, non di mesi», ha ripetuto. Anche qui tra europei e americani si è registrata unità d’intenti, tanto che è stato inviato agli iraniani un messaggio congiunto che ricorda la necessità di una risposta tempestiva. E nel comunicato finale si legge: «Ci siamo accordati sul fatto che, se l’Iran decide di non impegnarsi in negoziati, saranno presi ulteriori passi al Consiglio di sicurezza dell’Onu». Molto chiaro il linguaggio usato qui da Schüssel, che rivolto idealmente agli iraniani ha detto «questa è la carota, prendetela». Ma è legittimo pensare che a Teheran continuino a sperare che la comunità internazionale non troverà l’unità necessaria per brandire il bastone delle sanzioni. Ieri il ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema ha «fortemente incoraggiato» il collega iraniano Manucher Mottaki, ieri in visita a Roma, a «superare ogni riserva sulla riapertura delle trattative», ma ha anche notato che la prospettiva di sanzioni all’Iran sarebbe per l’Italia «estremamente allarmante: potrebbero costarci nei prossimi anni l’equivalente di un paio di finanziarie».
Da Vienna Bush si è anche rivolto alle autorità comuniste della Corea del Nord, ricordando che gli Stati Uniti si aspettano il rispetto degli accordi firmati con loro e con altri Paesi: il missile balistico intercontinentale «Taepodong-2», in grado di raggiungere il territorio Usa ma che tanto preoccupa anche i vicini di Pyongyang, pertanto non dovrà essere lanciato. Anche su questo gli europei si sono trovati d’accordo con lui, così come nel chiedere a Hamas di rinunciare alla violenza contro Israele.