L’apocalisse del finto Funari

Il problema non riguarda gli anni che eppure sono settantacinque. Il problema non è nemmeno la rete televisiva: nel senso di Rai. Forse l’ora di messa in onda: prima serata (Il flop dello show). E il giorno: il sabato. Il problema non è nemmeno Funari in quanto «fenomeno» riapparso dopo undici anni su un canale di Stato. Il problema è che non era Gianfranco Funari quello che sabato sera tre milioni e mezzo di italiani hanno visto e ascoltato, intuito sarebbe meglio dire considerate alcune difficoltà e inciampi nella narrazione. Era, invece, una controfigura, addobbata come il protagonista de La Patente di Pirandello, bombetta, bastone, abito gessato funebre, un menagramo alla ricerca di un riconoscimento ufficiale. Era un attore costretto a riferire dal «gobbo» quello che l’autore, Diego Cugia, secondo i più genio di scritti e di opere parlate, aveva messo insieme per lui.
Costringere Funari a leggere roba non sua è come sellare un cavallo del palio di Siena. Trascrivo uno degli aforismi attribuiti a Funari: «La televisione è come la m...., bisogna farla ma non guardarla». Così è accaduto, stando ai dati di ascolto, anche se lo share del 17 per cento rivelerebbe che c’è una fetta degli italiani tendente addirittura alla coprofagia.
Ma Funari non c’entra. È rimasto vittima e prigioniero del suo sogno, quello di tornare sul luogo della prima notte e del primo amore, la Rai, dimenticando, nel sogno, che i tempi sono cambiati, fuggendo velocissimi per lui, per l’azienda, per il pubblico. Funari è un bersaglio facile, anche comodo, per il suo dire un po’ canaro, per le sottolineature volutamente romanesche, per gli ammiccamenti furbastri e gli attacchi feroci. Quando faceva cabaret, dopo ogni battuta o riflessione, sguainando la superdentatura lanciava una specie di appello: «Eqquì ce vo’ l’applauso». Che partiva anche spontaneo, fragoroso. Sabato sera no, perché anche l’applauso faceva parte del «gobbo», non era funaresco, non era da «damme la due» o da «reclàme».
«Per essere eccezionali bisogna mascherarsi da normali, abbassarsi al gradino più basso, corteggiare senza pudore le casalinghe». Parole e pensieri del Gianfranco dei bei tempi. Quello contemporaneo, rivisto e corretto da Cugia e affini, si è mascherato da profeta, ha tentato di elevarsi sul gradino più alto, corteggiando spudoratamente non più le casalinghe ma i cosiddetti intellettuali, inserendo nel mixer i Beatles e gli Stones, Chubby Checker e Lucio Dalla, qualche attor comico reduce di Zelig, il fenomenale Antonio Rezza, le storie tragiche di morte e l’ecologia, ma ottenendo infine un frullato mesto.
Nessuno sa se la fine del mondo avverrà effettivamente alle ventitré e trenta del ventisei di maggio, in coincidenza con la conclusione dell’ultima puntata del programma. In verità Funari ha già messo le mani avanti: «Chissenefrega io so’ggià morto» ha detto, lasciandoci nell’ansia terribile per i prossimi ventisette giorni.
Preoccupa semmai l’entusiasmo di Fabrizio Del Noce le cui reazioni sono inversamente proporzionali a quelle del pubblico televisivo (cfr l’ultimo festival di Sanremo e la stucchevole polemica quotidiana con Baudo). Del Noce citando Mozart ha definito lo show un dramma giocoso, forse avrebbe fatto bene a scambiare l’aggettivo con il sostantivo, un gioco drammatico renderebbe meglio l’idea. Comunque ripensandoci viene spontaneo un solo grido: «Aridatece er vero Gianfranco!».
Tony Damascelli