L’apologia dei vinti nei bozzetti di Savi

Silvia Castello

«Alla Rai di Milano, dove lavorò tra il 1953 e il 1980, aveva a disposizione, come tutti i direttori della fotografia, un ufficio. Appena arrivato tolse subito la scrivania, appoggiò il telefono per terra e portò un cavalletto. Quello divenne il suo secondo studio di pittura. Per lui era vitale sfruttare ogni momento libero, fosse nel suo studio, in Rai o a casa. Disegnava e dipingeva ovunque andasse» racconta Daniele ricordando il padre Alberto Savi in occasione dell'esposizione «Passaggi 1954- 1996» allestita nella Sala Giubileo del Complesso del Vittoriano fino al prossimo 2 ottobre e curata da Elisa Savi.
Si tratta di trentasei opere tra le più significative che ritraggono «figure che dispiegano con assoluta necessità e pregnanza materica, la cultura di un popolo, la sua memoria contadina, proletaria, lirica, la sua arte alta e bassa insieme, senza retorica, senza ideologia o ideologismi, senza fede né fideismi, ma sorretta da un nitore e da una pietas laicissimi» aggiunge Moni Ovadia (marito di Elisa) nella presentazione in catalogo.
Alberto Savi (Roma, 1920-2001) è stato direttore della fotografia in Rai, ma la sua vera e costante attività fu una pittura ricca e originale che grazie ad un «isolamento» volontario dalle istituzioni e dal mercato dell’arte - dovuto ad un carattere piuttosto riservato - gli ha concesso di lavorare sempre oltre il condizionamento fuggevole delle avanguardie prêt-à-porter, preservando così, la forza e l’autenticità del suo mondo interiore.
Che parte da un originario influsso dell’arte toscana e in particolare fiorentina, - Lorenzetti, Giotto e Cimabue, per fare qualche nome - per poi sconfinare fino agli impasti cromatici di Sironi, alla forma semplice e nitida di Guttuso e soprattutto oltre Marino Marini, da cui trarrà i suoi personalissimi cavalieri erranti, giungendo - sia che affronti il tema mitico che quello popolare - a una vera pittura espressionista, come la definì il critico Emilio Tadini.
«Cavalieri della luna che galoppano nella notte guardando verso l’alto», «Musicisti», «Bagnanti», «Centauri», «Don Chisciotte e Sancio Panza» sono le sue figure, oltre ai «Pugili costretti all'angolo» o ai contadini piegati sulla terra, sono i suoi vinti, quelli che mai si arrendono alla realtà dell’esperienza quotidiana.
Complesso del Vittoriano, via San Pietro in Carcere (Fori imperiali) Tutti i giorni 10-19 Ingresso libero.