L’appello dei palestinesi: «Aprite presto il dialogo»

Il vicepremier Olmert si prepara a raccogliere la pesante eredità di Sharon e a tenere in vita Kadima. In caso di fallimento riconsegnerebbe Israele al falco Netanyahu

Senza di lui tutto sarà più difficile. Forse impossibile. Lo sanno i palestinesi che senza l’incallito nemico illuminato dalla visione di due Stati per due popoli rischiano di ritrovarsi a fare i conti con Benjamin Netanyahu e la destra del Likud. Lo sanno gli israeliani che solo ad Ariel Sharon concedevano la fiducia necessaria per raggiungere accordi di pace definitivi. Lo sanno gli americani che a 20 giorni dalle elezioni palestinesi devono fare i conti con una possibile vittoria fondamentalista senza più la certezza di un alleato pronto a contrastare Hamas, ma anche attento a garantire la sopravvivenza politica del presidente Mahmoud Abbas. L’angoscia palestinese, al di là del cinico folclore di chi a Gaza e in Cisgiordania festeggia l’agonia del nemico, traspare chiaramente dalle parole di Leila Chahid, delegato dell’Autorità Palestinese presso l'Unione Europea. «C’è una grande incognita per l’avvenire perché la vita dei palestinesi dipende dalla situazione in Israele», ha detto la Chadid che propone ai leader israeliani di «concertare» un’azione comune per far fronte al vuoto di potere. «Noi rispetteremo le decisioni israeliane. Le loro elezioni sono il 28 marzo, devono evitare che la situazione degradi, devono aprire un dialogo con Mahmoud Abbas».
Il presidente palestinese in queste ore è il più preoccupato. La sua limitata e residua autorità gli derivava dall’essere l’unico a poter trattare con Ariel Sharon. Mancando il premier israeliano, mancando la speranza di arrivare alla nascita in tempi brevi di uno Stato palestinese anche Abbas diventa inutile. E diventa più incerta la disponibilità di Hamas a rispettare l’accordo stretto durante la trattativa segreta condotta sotto la supervisione dell’emiro del Qatar, Amad Bin Khalifa Al Thani. L’accordo - raggiunto durante gli incontri in Qatar tra Mahmoud Abbas e Khaled Meshaal, leader in esilio di Hamas - prevedeva l’entrata di almeno sei ministri fondamentalisti nel governo dell’Anp. Hamas garantiva in cambio la sopravvivenza dell’Autorità nazionale palestinese e s’impegnava a non riprendere gli attacchi contro Israele nonostante l’annuncio con cui ha messo fine al cessate il fuoco. L’accordo tranquillizzava anche il Dipartimento di Stato Usa battutosi per convincere Sharon a non impedire lo svolgimento delle elezioni in caso di partecipazione fondamentalista. La scomparsa di Arik rischia di far saltare tutti questi fragilissimi equilibri. La salita al potere sul fronte israeliano di un leader troppo debole potrebbe spingere Hamas a riprendere gli attacchi per rinviare ogni accordo e strappare concessioni più favorevoli. Un ritorno al potere del Likud e il rinvio di tutti progetti per la nascita di uno Stato palestinese potrebbe invece indurli alla contrapposizione aperta con Abbas e Fatah per la conquista dell’egemonia totale.
La scomparsa di Sharon aumenta anche il rischio di una sollevazione anti-Abbas all’interno della stessa Fatah. La vecchia guardia arafatiana guidata dall’ex premier Abu Ala è pronta a fargli pagare l’accordo stretto con i «giovani leoni» di Marwan Barghouti che li ha di fatto estromessi dalle liste elettorali. A minacciare la sopravvivenza politica e fisica del presidente contribuiscono anche le divisissime Brigate Al Aqsa. Le loro schegge impazzite, secondo recenti informative d’intelligence, rispondono sempre più al controllo di registi e finanziatori esterni legati all’Hezbollah libanese o alle cellule Al Qaidiste operanti nel Sinai egiziano.