L’appello infinito rinviato sempre per un cavillo

MilanoLa sera dell’11 novembre ’98 mangiarono le caldarroste tutti insieme. Papà Delfino, mamma Lorena, i quattro bambini, i cugini e gli zii. La mattina presto la polizia bussò alla casa dei Covezzi, in uno dei tanti paesini della Bassa modenese immersi nella nebbia d’autunno. La magistratura sosteneva che i quattro ragazzini di notte uscissero di nascosto per raggiungere il cimitero di Massa Finalese. Qui avrebbero partecipato a messe nere, orge, riti satanici celebrati da Don Giorgio Govoni, un parroco della zona. Da allora i genitori non hanno più incontrato i loro figli. Non li hanno visti crescere. Non hanno condiviso più nulla con loro. Qualche settimana dopo, l’inchiesta che aveva solo lambito la famiglia dei Covezzi, seppellisce come una valanga la famiglia. L’accusa cambia. I coniugi non solo non avrebbero capito in che giro si erano infilati i bambini, ma ne avrebbero anche abusato: Delfino li avrebbe stuprati tutti e quattro, la madre lo avrebbe coperto e aiutato. Sono passati undici anni, l’enigma di Massa Finalese è ancora irrisolto: in primo grado, a settembre 2002, i Covezzi sono stati condannati a 12 anni. Una pena pesantissima. Una pena spropositata, secondo la gente della zona. Fiaccolate, preghiere, petizioni, libri, interrogazioni parlamentari: tutti i compaesani, a cominciare dal parroco, hanno difeso Lorena, insegnante in un asilo e catechista, e Delfino, operaio in una fabbrica di mattonelle.
Ora tutte le speranze sono riposte nell’appello. Ma il dibattimento, così atteso e così importante per una famiglia spezzata, a sette anni e più dal verdetto di primo grado non vuol decollare. I Covezzi sono stati chiamati in corte d’appello, dopo un’attesa lunghissima, snervante e incomprensibile, il 9 dicembre 2008. A più di sei anni dalla sentenza del tribunale. Un difetto di notifica ha fatto saltare l’appuntamento. I giudici hanno fissato un nuovo appuntamento per il 14 maggio. Questa volta c’è stato un errore nella convocazione degli avvocati. La corte d’Appello di Bologna ha allora messo in calendario un’altra udienza per il 17 novembre. Ma ancora una volta c’è stata una falsa partenza. Un giudice si è rotto una spalla e il processo è aggiornato al 14 aprile 2010.
«È terribile vivere in questa situazione da dieci anni e più, è terribile non potersi difendere da un’accusa così devastante, è terribile vedere la vita che scorre e tu sei sempre allo stesso punto - dice Lorena Covezzi - ma la cosa più terribile è l’impotenza davanti ai nostri figli. Cosa faranno adesso? Cosa penseranno? Che idee avranno sui loro genitori? Ci penso tutti i santi giorni e sto malissimo. Abbiamo sperato, io e mio marito, che questa storia finisse in fretta e invece si allunga all’infinito».
Sì, nell’Italia che litiga sul processo cosiddetto breve, non si riesce a chiudere decorosamente, in un modo o nell’altro questa storia incredibile. Che offre due possibili finali, altrettanto inaccettabili: se i Covezzi dovessero essere assolti chi restituirà loro i figli? Ormai, tre dei quattro ragazzi sono maggiorenni, ma il loro rapporto con i genitori è distrutto. Il padre e la madre sono mancati per tanti, troppi anni, i giovani sono seguiti da psicologi ed esperti, nel tempo hanno puntato il dito contro i genitori. Le accuse sono vere? Sono false? Sono in qualche modo indotte? Come mai parole così devastanti sono state messe a verbale solo alcune settimane dopo l’uscita repentina da casa?
Ma sgomenta anche l’altra possibile conclusione. Dopo quel che è successo, Lorena è scappata in Francia: lì è nato il quinto figlio, l’ultimo, che non sa nulla dei fratelli. Se i genitori sono una coppia di mostri, perché lasciarlo con loro per dieci anni?
Tutte le risposte diventano balbettii davanti ai tempi infiniti di questa storia così opprimente. E la giustizia, fra un rinvio e l’altro, ha saputo essere ancora più crudele: «Il 14 maggio in aula - spiega Lorena piangendo - per la prima volta dopo undici anni ho intravisto i miei tre figli maggiorenni. Intravisti, perché sembravano pentiti di mafia, circondati da assistenti, cancellieri, avvocati. Non sapevo bene nemmeno chi fossero, perché ormai sono diventati grandi e io non li ho più incontrati, nemmeno in fotografia. Però ho riconosciuto Valeria di spalle, dalla camminata». Undici anni per sfiorare i propri figli e vederli sparire di nuovo. Chissà dove.
Intanto, l’inchiesta sulla pedofilia nella Bassa è andata avanti. Spezzettata in diversi tronconi. Molti episodi di violenza sono stati dimostrati e confermati pure in Cassazione. Ma le messe nere, le orge, i riti notturni al cimitero sono caduti in nulla. Perfino don Giorgio Govoni è stato riabilitato, dopo una condanna in primo grado. Troppo tardi, però. Alla vigilia della sentenza d’appello, don Giorgio è morto d’infarto nello studio del suo avvocato. Lorena e Delfino dovranno pazientare almeno fino ad aprile.