L’«apprendista» sfida Berlusconi

Cairo ha studiato da imprenditore alla Fininvest, ora affronta il suo modello: «Mi ha consigliato di non spendere troppo»

Paolo Brusorio

Prima o poi doveva succedere. Prima o poi Silvio Berlusconi e Urbano Cairo dovevano ritrovarsi faccia a faccia. Accadrà, (dovrebbe accadere, visto che la presenza del Cavaliere non è certa) domani. Milan-Torino, tribuna d’onore di San Siro. Un incrocio, quello dei due presidenti, che travalica e di molto il valore dei tre punti. I due, di partite ne hanno giocate un’infinità: all’inizio nella stessa squadra quando uno (Berlusconi) era portiere, difensore, regista e centravanti e l’altro (Cairo) il jolly. Uno lo stregone, l’altro l’apprendista. Poi si sono divisi ed è cominciato l’inseguimento: pubblicità, giornali, casa editrice, da un anno e mezzo il calcio. Cresciuto nel taschino del doppiopetto di Berlusconi, Cairo ha bruciato tappe e avversari e quel doppiopetto se l’è infilato e non se l’è più tolto. Avversari sicuramente, nemici lo sanno solo loro due.
«Ero studente alla Bocconi e lessi su Capital che cercava giovani con idee in testa». In un’intervista di un anno fa a Claudio Sabelli Fioretti, Cairo rievoca quel periodo e il primo contatto: «Chiamai Berlusconi, mi rispose una delle sue segretarie. Ho due idee eccezionali che vorrei spiegare al dottore, se lei non mi permette di parlare rischia di fargli un danno. Riuscii ad ottenere un appuntamento». Lo presero, quelle idee le aveva già avute il Capo ma serviva un assistente. Cairo girava come una trottola senza soluzione di continuità. Ventiquattro anni, sei mesi senza stipendio, poi un milione di lire lordo. Primo impiego? Rispondere al telefono. Poi il bocconiano venuto da Alessandria si fece largo. Il Cavaliere lo teneva d’occhio. Stava costruendo il Milan e per farlo sentiva anche il parere dei giornalisti sportivi di peso: li invitava ad Arcore e Cairo aveva il compito di accompagnarli.
Ma il giovane manager viaggiava a doppia velocità. Publitalia e Mondadori: l’allievo stava per salire sulla ruota della fortuna. Ci scese 14 anni e un patteggiamento per falso in bilancio dopo: «Ritenevo fosse la cosa più giusta pur non avendo fatto nulla», ricorda sempre Cairo. Erano i venti di Mani Pulite, l’episodio incrinò i rapporti (il Gruppo aveva scelto la linea dura), e aumentò le distanze da Berlusconi nel frattempo sceso in politica. Fino al distacco definitivo con una liquidazione da un miliardo e duecento milioni. Da allora ha corso sulle sue gambe e sulle orme di Berlusconi. Ma non parlategli di derby: «Nessuna sfida personale. Non gli invidio niente. Lui ha fatto grandi cose in tutti i campi. E per me è stato uno stimolo». Minimizza l’incrocio Cairo, che in passato aveva scherzato così sulla rivalità: «Io Berluschino? Il paragone mi diverte, ma per lui è stato più facile. Non aveva un altro Berlusconi come concorrente».
I contatti tra loro non sono molto frequenti: «Prima di riuscire ad acquistare il Torino, Berlusconi, allora premier, mi chiamò per capire che cosa stesse succedendo, poi mi ha fatto gli auguri per la nascita dell’ultimo figlio. L’ho sentito un mese fa, me l’ha passato Galliani e gli ho detto che dopo l’operazione al menisco non potevo più prenderlo come rinforzo per gennaio... Se mi ha dato consigli? Uno e quasi paterno: di non spendere troppi soldi». La maglia granata del Centenario per Berlusconi è già pronta. Cairo gliela regalerà prima della partita. Poi «nemici» come prima.