L’Aquila, la prima portaerei italiana che non prese mai il volo da Genova

Il transatlantico Roma venne trasformato in nave da guerra nei cantieri Ansaldo

Il 20 luglio 2004, durante la cerimonia organizzata in occasione del varo della nuovissima portaerei Cavour, avvenuto presso i cantieri di Riva Trigoso, per la prima volta i rappresentanti della Marina Militare Italiana colsero l'occasione per ricordare, seppure a margine del lieto evento, la triste fine dell'Aquila: la «grande occasione mancata» della Regia Marina impegnata nel corso del Secondo Conflitto Mondiale. E mai situazione come questa poteva meglio prestarsi ad una commemorazione che, tuttavia, di allegro aveva ben poco, riferendosi ad uno dei nostri tanti sforzi bellici del periodo 1940-'43 andati male non certo per mancanza di capacità o valore dei singoli ufficiali, marinai e specialisti, ma per la completa miopia strategica dei vertici militari italiani. Quella dell' Aquila non fu una storia qualunque, essendo questa nave l'unico esemplare di una classe - le portaerei - totalmente mancante alla nostra Marina. Parliamo infatti di un'unità del tutto eccezionale (come lo fu nella sfortuna il suo destino) che per le suddette ragioni non fece a tempo a fornire il suo prezioso contributo sugli azzurri campi di battaglia del Mediterraneo. In seguito al devastante attacco aereo britannico alla base di Taranto (11 novembre 1940), effettuato da aerosiluranti britannici decollati da una portaerei in navigazione nello Ionio, e ai successivi ed assai poco felici scontri navali di Matapan e Gaudo (28 marzo 1941), i vertici di Supermarina compresero finalmente che il possesso di una o più portaerei sarebbe stato comunque essenziale per cercare di contrastare la Royal Navy che, proprio grazie alla relativa abbondanza questo tipo di nave, aveva dimostrato in più di un'occasione di dominare a suo piacimento, o quasi, il Mare Nostrum.
L'assenza in seno alla nostra Marina di uno scafo idoneo al trasporto di mezzi aerei fu da addebitare sia a Supermarina, sia a Mussolini che, tra il 1925 e il 1935, scartarono più di un progetto presentato da valenti costruttori nostrani. Si trattò di un atteggiamento decisamente superficiale che, tra l'autunno del 1940 e i primi mesi del 1941, dovette scontrarsi con la dura realtà dei fatti e con urgenti, irrinunciabili, nuove esigenze operative da parte delle nostre squadre navali. Fu dunque per queste ragioni che, soltanto dopo essere andata incontro a sanguinose lezioni, la Regia Marina cercò di correre ai ripari rispolverando vecchi disegni ed ordinandone di nuovi. Il tutto però, avendo consapevolezza dell'impossibilità di approntare in tempi accettabili ed ex novo un nave di questo tipo. Problema che, tuttavia, un gruppo di abili e volenterosi ingegneri dotati di italica fantasia, risolse brillantemente, attuando la riconversione strutturale e funzionale di due transatlantici nazionali, il Roma e l´Augustus, destinati in seguito a trasformarsi nelle portaerei Aquila e Sparviero. La trasformazione del Roma in Aquila - che, data la cronica penuria di materiali e di manodopera specializzata, procedette abbastanza a rilento - ebbe inizio alla metà del 1941 nei cantieri Ansaldo di Genova (gli unici ritenuti idonei all'impresa) e proseguì fino all' 8 settembre del 1943. L'armistizio sorprese, infatti, la bella unità ormai allestita al 98 per cento e quasi pronta al varo.
La portaerei Aquila dislocava 27.800 tonnellate (a pieno carico), misurava 232 metri di lunghezza, trenta di larghezza e 7,3 di altezza. Essa era dotata di 4 turboriduttori Belluzzo con 8 caldaie «Rm» (e 8 eliche) capaci di sviluppare una potenza totale di 151.000 cavalli e di imprimere allo scafo la ragguardevole velocità massima di 30 nodi. L'Aquila, che aveva un'autonomia di 5.500 miglia a 18 nodi e di 1.580 a 29 nodi, avrebbe dovuto ricevere un armamento difensivo decisamente adeguato, composto da 8 pezzi da 135/45, dodici nuovissimi pezzi antiaerei a tiro rapido da 65/54 e ben 132 mitragliere pesanti, anch'esse antiaeree, da 20/65. La nave aveva in dotazione due elevatori e due catapulte ed era equipaggiata con 51 caccia bombardieri monomotori Reggiane Re 2001. L'equipaggio sarebbe stato composto da 1.420 tra ufficiali, marinai, avieri e piloti. Nel settembre del '43, le forze di occupazione tedesche si impadronirono facilmente dell'unica portaerei italiana (la costruzione della Sparviero era stata infatti abbandonata nella primavera del '43 per motivi di bilancio e per carenza di acciaio) e, nonostante il notevole avanzamento dei lavori a bordo, ne iniziarono il parziale smantellamento per ricavarne metallo. L'opera di demolizione procedette tuttavia a rilento e successivamente, nel corso del 1944, l'Aquila venne ripetutamente danneggiata (seppure in maniera non gravissima) da formazioni aeree anglo-americane, per poi arrivare al 19 aprile 1945 quando la nave venne minata e semiaffondata da mezzi d'assalto subacquei (i famosi «maiali» o «siluri a lenta corsa») della Marina Militare Italiana del Sud schierata con gli Alleati (quelli che, nella notte del 22 giugno 1944, nel porto di La Spezia, avevano colato a picco l'incrociatore pesante Bolzano battente bandiera della Repubblica Sociale Italiana) onde evitare che i tedeschi potessero utilizzare il grosso scafo per bloccare l'entrata del porto di Genova.
Anche se la vera ragione fu probabilmente un'altra: gli alleati volevano eliminare la nave per impedire che, a conflitto terminato, l'Italia potesse in qualche modo riutilizzarla. Timore, questo, che in ogni caso sarebbe stato fugato da una precisa e dura clausola del successivo Trattato di Pace che, di fatto, impedì al nostro Paese di dotarsi di scafi militari di grosso tonnellaggio, come corazzate e appunto portaerei. Terminate le ostilità, l'Aquila venne comunque riportata a galla, parzialmente riparata, e sistemata prima nell'area del Porto Vecchio e poi non distante dalla Lanterna. Lasciata mestamente all'ancora per quasi quattro anni, nel 1949 l'Aquila, ormai consumata dalla ruggine e dalla salsedine, venne rimorchiata a La Spezia dove, tra il 1951 e il 1952, fu demolita, tra l'indifferenza più totale.