L’Aquila tornerà a volare, ma i borghi sono a rischio

I capolavori della città saranno ricostruiti completamente, come sempre
è accaduto in Italia. Preoccupa invece la sorte dei paesi: hanno subìto
danni pesanti e la paura è che siano dimenticati e lasciati morire. Per
l’architettura minore serve pietà e attenzione

Spettacolo doloroso a Paganica, la città più vicina a L’Aquila, anzi sua estensione, con il bel palazzo sede staccata del Comune capoluogo che è rimasto intatto. Uno scenario spettrale. La città che vidi animata con l’entusiasmo di amici festosi nei bar della piazza, nelle case ben restaurate, camminando per le strade, di chiesa in chiesa, è deserta. Disperato, attonito, l’affettuoso, disponibile maresciallo dei carabinieri Facchini, che non crede ai suoi occhi. «Vittorio, è terribile. È tutto crollato. E anche Santa Giusta» dove andammo a trovare, ad ora tarda, il parroco cecoslovacco che voleva suggerimenti sugli intonaci e sulle panche.
Nella larga piazza di Paganica la barocca chiesa della Concezione sembra sfinita. Ha ceduto. La facciata è staccata dal corpo circolare dell’edificio ed è crollata la parte superiore del prospetto, il timpano. Le case reggono, svuotate, inanimate, senza luce, diventate scenografia per un film che non sappiamo quando si inizierà a girare. Quando si stabilirà che è possibile riabitare le case lesionate, se mai sarà. Qualche segnale di conforto viene da una delle chiese più belle, San Giusto, vicino al cimitero. Sta benissimo, mostra soltanto, all’esterno, una piccola crepa sull’affresco della facciata. Da Paganica mi avvio per verificare le indicazioni del maresciallo Facchini a Bazzano, il piccolo borgo esaltato da una delle più belle chiese romaniche d’Italia, Santa Giusta, con la partitura di colonne su quattro ordini nella facciata. Un edificio memorabile la cui struttura sembrava predisposta a resistere. E invece la bella facciata si è scostata di dieci gradi, ed è crollata la sezione sopra il rosone. Si potrà recuperare, ma è una ferita grave a un monumento importante.
Il parroco ha ora nuovi problemi dopo aver sistemato la cripta come un antiquarium. Il rischio di crolli non ci consente di verificare se non abbia avuto danni la bella urna di San Giusto. Proseguendo sulla strada provinciale conforta ritrovare intatta la Madonna di Appari, il santuario incastonato nelle rocce che lo hanno protetto. Terribile lo spettacolo del piccolo paese di Castelnuovo, vicino a San Pio delle Camere. L’intero paese è sconvolto, e rasa al suolo è la chiesa barocca con i capitelli dorati nella polvere. In piedi è rimasta la sagrestia con i mobili di legno intarsiati. Lo stato del paese invoca una ricostruzione, non l’abbandono e la morte. Si sente la forza delle pietre antiche che attendono di essere messe in fila e rimontate, come accaduto a Gemona, a Venzone, in Friuli. Non sono case vecchie, finite, ma testimonianze di vita perduta, di antichi, solidi valori. Sono preoccupato per Bominaco, il paese reso eminente dalle due chiese interamente affrescate, tra le più straordinarie testimonianze del passaggio tra la cultura bizantina e quella romanica. Non ne ho notizie, ma mi arrivano messaggi rassicuranti. Le chiese sono integre. Soltanto nell’oratorio basso di Santa Maria, su un’arcata di circa dieci metri è caduta una porzione di intonaco di una ventina di centimetri. Le chiese sono chiuse, ma c’è da credere che gli affreschi non siano stati lesionati.
Chiamo il parroco di Assergi, uno straordinario giovane della Guinea spagnola, costretto ora a vegliare per l’agitazione della terra, ma che, quando andai a trovarlo la settimana scorsa, già dormiva alle 20,45, perché non sapeva che fare in un paese in cui tutto, allo scendere della sera, si fermava. Ho bussato a lungo, l’ho svegliato. Mi ha aperto in pigiama, felice e commosso di mostrarmi la sua bella chiesa con affreschi quattrocenteschi e cinquecenteschi di grande qualità, incredulo per quella visita improvvisa. Mi ha descritto le bellezze della sua terra remota, quasi a tutti sconosciuta. Ora mi dice che la sua chiesa bellissima e tutto il paese di Assergi non hanno patito danni. Si sente privilegiato. Ma patisce la catastrofe che è intorno a lui. Non riesco a raggiungere (lo farò nei prossimi giorni) il bellissimo paese di Tornimparte. Sono preoccupato per la chiesa di San Panfilo, dove vi sono i più begli affreschi del Rinascimento in Abruzzo, opera di Saturnino Gatti. Everett Fahy e Peter Russell, illustri studiosi, non esitano ad accostarli alla Cappella Sistina. Già ieri ho detto del miracolo di Santo Stefano di Sessanio, poco lontano dall’epicentro del terremoto, ma che è rimasto tutto integro dopo i sapienti restauri, pietra su pietra, di Daniele Kihlgren e Lelio Di Zio. Oggi apprendo che la Torre civica crollata è stata schiacciata da una piattaforma di cemento armato troppo pesante, conseguenza di un restauro sbagliato e che va scongiurato nelle aree della ricostruzione.
Santo Stefano deve essere inteso come il modello e l’esempio della ricostruzione, indicando dopo la passione la resurrezione. Della città dell’Aquila sappiamo tutto. Abbiamo visto le immagini della televisione anche dall’alto come non sarebbe stato possibile prima della catastrofe. Ma per L’Aquila non temo, non vi saranno sorprese. La chiesa di San Bernardino, la basilica di Santa Maria di Collemaggio, la chiesa delle Anime e dei Santi di cui abbiamo visto la cupola crollata in più tempi, saranno ricostruite come consente l’architettura, che è disegno, e come è stato per tutti i simboli crollati e abbattuti all’infuori della Torre di Pavia. Pensiamo a Venezia al campanile di San Marco, pensiamo al teatro La Fenice, pensiamo al Petruzzelli e ai tanti simboli dell’architettura italiana ricostruiti dopo guerre e terremoti. Anche a Sant’Agostino e a San Marco, dove si vede la parete laterale che si stacca, sono certo gli interventi saranno di assoluto rigore. La città risorgerà. Sono preoccupato per i piccoli paesi, per Fossa, per Onna, che rischieranno di essere abbandonati, di essere rovina e memoria della morte. Occorrerà, per queste testimonianze di architettura minore, chiedere molta attenzione e pietà come per persone ferite a quanti avranno la responsabilità della ricostruzione, a partire dal presidente del Consiglio che non dovrà creare paesi artificiali, togliendo l’anima ai luoghi più belli, e oggi disperati, dell’Abruzzo. Vada a Santo Stefano. Veda. E torni con la passione per la vita e con l’impegno per la difesa doverosa, necessaria, ostinata della memoria.