L’arbitro gay che ha spiazzato lo sport più maschio

Edimburgo Nigel Owens, l'arbitro che ha diretto Scozia-Italia ieri a Murrayfield, è uno che in mischia è abituato a lavorare. Un buon arbitro, onesto, senza troppe riserve mentali. Mallett se l'è presa con lui e le due chiamate nel primo tempo, due decisioni che sono valse sei punti sul tabellone. Ma, a guardar bene, per una volta non è stata la sua direzione di gara a condannare gli azzurri alla sesta sconfitta consecutiva. Di "débâcle" si tratta e sono di altro segno le ragioni.
E allora, per non parlare della triste giornata di Edimburgo, parliamo dell'arbitro. Nigel Owens è uno che ha fatto parlare di sé. E anche tanto. Le polemiche non sono mancate nel 2007 quando, in previsione della selezione per diventare uno dei fischietti della coppa del mondo in terra di Francia, si decise al grande salto: dichiararsi omosessuale. Lo fece con un'intervista a cuore aperto sul Wales on Sunday. Un'intervista a cuore aperto, una confessione per togliersi l'ultimo sassolino dalla scarpa, dopo che anni prima aveva svelato la sua condizione alla famiglia.
Nigel Owens è nato in un paese da sottotitolo (Mynyddcerrig), nei pressi di Llanelli, dove il rugby si colora di rosso e a tavola sta con il sale, il pepe e la mostarda. È stato l'unico del suo paese all'ultima coppa del mondo. È un professionista, di medio livello, ma apprezzato dalla stanza dei bottoni dell'International Board che qualche difficoltà deve averla avuta quando - dopo la confessione - si è trattato di decidere se lasciarlo nella lista o depennarlo. La sua carriera nel mondo dei machos, dei calendariati dove è più di moda usare il fard sul fondoschiena che buttarsi in una mischia, Owens l'ha raccontata anche in un libro, Hanner Amser che, usando i sottotitoli, si traduce in Half time o per noi, in intervallo. La sua è stata una scelta vincente, fuori dall'ipocrisia che regna in certi ambienti o in certo spogliatoi. Dichiararsi gay gli è servito soprattutto per evitare di far diventare un caso la sua condizione. L'International Board non ha avuto la forza di tagliarlo, il neozelandese Paddy O'Brien non ha avuto la forza di proporre alternative al professionista gallese. E per sostenere la sua decisione ama ripetere: «Se sbaglia lui, sbaglia un professionista, se sbaglia un altro, allora sbaglio io».
Ex ufficiale di polizia, Owens ha raccontato senza mezzi termini di aver vissuto a lungo «dentro una bugia» ma è innegabile che con il suo outing è riuscito se non altro a mostrare l'altra faccia del rugby: quella dei tabù e delle ipocrisie che fanno parte ancora del gioco. Ipocrisie che tuttavia, nel giro degli anni, sono state sempre di meno. Basti pensare alla divertente squadra formata solo da omosessuali e alla sfida senza veli tra neozelandesi e sudafricani che si ripete ogni anno ormai da un po' di tempo.
Owens non è l'unico, ma è di sicuro il solo che abbia avuto la forza di dirlo. E forse da allora è migliorato anche sul campo, nella migliore tradizione dei fischietti in maglia rossa.