L’archeologia buona e quella cattiva

Esulta giustamente il professor Giorgio Croci, ordinario di Tecnica delle Costruzioni alla Sapienza di Roma, nell’annunciare urbi et orbi che la delicatissima impresa del trasporto da Roma all’Etiopia della stele di Axum è quasi terminata e che il 4 settembre, inizio del secondo millennio del calendario etiopico, verrà innalzata nella zona archeologica della città santa.
Il fatto è significativo dal punto di vista storico e culturale perché il luogo, oltre che sacro agli etiopi, è stato anche dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco e riportandovi l’obelisco alla modica cifra di 4 milioni di euro (tanto sono costati il restauro e l’ardimentoso trasporto effettuato dall’Impresa Croci e Associati) l’Italia andrà a ripulirsi finalmente la coscienza dall’ultima macchia del suo passato colonialista e per di più fascista. Certo, 4 milioni di euro non sono bruscolini, soprattutto in confronto alla manciata di lire pagate nel 1936 ai monaci copti per portarsi via il monolite. Il fatto è che quello che oggi gli etiopi definiscono «il nostro Colosseo» giaceva a terra semiaffondato e spezzato in tre parti in un luogo abbandonato, e fu colpa del grande archeologo Ugo Monneret di Villard se su di esso si appuntarono gli appetiti dell’Italia «imperiale».
No, non fu cosa carina portarselo via. Non fu cosa carina nei confronti dell’ultimo Negus, prima cacciato da Mussolini e poi deposto e ucciso dai sicari del colonnello Menghistu. Come non fece cosa carina l’archeologo tedesco Carl Human a portarsi via, grazie a un facile accordo col governo turco, la parte più importante dell’altare di Pergamo. E neppure lord Elgin si comportò da gentleman arraffando nel 1811 le metope del Partenone che oggi la Grecia richiede invano. Ma ci sono diversi tipi di archeologia colonialista ed evidentemente quella inglese è del tipo buono, quella italiana del tipo cattivo. Giusto quindi che noi restituiamo l’obelisco a suon di milioni e che gli inglesi si tengano le metope.