L’architettura cinese si presenta in Bovisa

Modelli interpretativi e progetti didattici esposti nella facoltà del Politecnico

Igor Principe

Gli studenti allargheranno gli orizzonti trovando nuovi spunti creativi. I visitatori normali scopriranno cosa accade, in urbanistica e architettura, nel cuore di quella tigre che turba il sonno di chi in Occidente ha a che fare con economia e dintorni. Tutti, però, rimarranno sorpresi nel constatare che in Cina, malgrado la cultura millenaria, di architetti e di relative problematiche si parla da non più di un secolo. Lo racconta una mostra a pannelli che da domani al 28 aprile si tiene ai dipartimenti del Politecnico in Bovisa, dal titolo «Architettura cinese contemporanea - Tradizione e trasformazione» (aula De Carli, via Durando 10, catalogo Clup, 20 euro). E che sottolinea tutti gli effetti collaterali che la disciplina porta con sé.
«L'architettura cinese non ha radici autoctone», spiega Laura Anna Pezzetti, docente di composizione architettonica al Politecnico e curatrice della mostra. «La figura dell'architetto come mente creativa nasce nei primi del Ventesimo secolo e ha una formazione internazionale - prosegue -, anche perché molti studenti erano figli di buone famiglie e venivano mandati a studiare negli Stati Uniti e in Giappone. Ai tempi di Mao erano molto apprezzati gli architetti sovietici, con Deng si torna a guardare agli Usa e all'international style».
Pure, uno stile cinese o per lo meno orientale, fatto di case con tetti a vela, è facile a immaginarsi. «C'è una tradizione, ma non è ascrivibile ad architetti - spiega Pezzetti -: è quella delle case a corte, costruite secondo moduli rigidi e fissati in manuali intesi come testi letterari. Il committente decideva con il letterato e ordinava la costruzione della sua casa con più o meno stanze a seconda delle proprie esigenze. Si trattava di uno sviluppo del tutto uniforme, ma privo della valenza creativa di cui è portatore l'architetto».
Da una forma di omologazione all'altra, la Cina subisce in questo caso quella globalizzazione di cui, nei settori produttivi, è invece agguerrita protagonista. «Si importano modelli e si applicano senza tener conto dell'impatto culturale e ambientale - prosegue la curatrice -. Ma ora si sta affermando un gruppo di architetti quarantenni, con studi all'estero ma soprattutto con la capacità di reinterpretare gli elementi di trasformazione e di stabilire dei nessi con la storia del loro Paese. Le città, nella loro visione, si sviluppano in modo più complesso e ricco evitando la piatta omologazione con i canoni occidentali».
La mostra presenta i progetti di Yung Ho Chang, Liu Jiakun, Zhang lei e Wang Shu, cui si aggiungono alcuni workshop degli studenti delle università di Pechino e Nanchino. Lavori non diretti a stupire, ma a far ragionare chi li guarda su soluzioni ispirate al rapporto tra edificio, ambiente e uomo.