L’archivio dell’umanità che cancella la privacy

Esserci è quello che conta. Con un mucchio di interessi, amicizie e un pugno di foto. Esserci e ritrovarsi, magari per la prima volta, o forse dopo vent’anni, con un fiume di vita trascorso in mezzo. Facebook nasce nei campus americani, nel 2004, ma questa storia è già acqua passata. Ora c’è chi dice che il futuro del social networking sta tutto lì. In quegli oltre 50 milioni di utenti raccolti finora. Nel social network, sì. Che vuol dire tecnologia, condivisione dei contenuti mediatici, personalizzazione, ma soprattutto aggregazione. Cioè incontrarsi e conoscersi in rete, scambiare informazioni, fare amicizie, ma anche e soprattutto ritrovarle. Con un sistema che ha compiuto una mini-rivoluzione. Perché oltre che verso il futuro, verso nuovi incontri, nuova gente e vite diverse, Facebook si muove a ritroso, come un gambero, verso il passato.
Il tuo profilo è lì, che racconta dei tuoi studi, delle tue passioni, che è la tua finestra sul mondo. Come dal buco della serratura - se il tuo senso della privacy non è troppo alto - qualcuno può sbirciare e scoprire. Scoprire cosa ti piace, ma anche solo che ci sei. Anche se qualcuno per vent’anni e oltre ha perso le tue tracce. Basta digitare il nome di un vecchio compagno di scuola, di un amico conosciuto in vacanza al mare, di quella ragazza incontrata una sera in discoteca, che frequenta quella scuola lì, che lavora in quel pub dove ti piace andare e che non sai nemmeno come si chiami. Dal nome di un pub, da quello della tua vecchia scuola, dell’ufficio in cui hai lavorato tanti anni fa, si apre una finestra su un mondo. Un universo che magari non c’è più, ma che sopravvive ancora con le storie di chi lo ha vissuto. È l’archivio dell’umanità. Che vive anche oltre la morte. È successo a Meredith, la ragazza inglese assassinata a Perugia. La sua storia e le sue foto erano ancora lì, mentre il suo corpo era stato violato. Anche di lei Facebook ha raccontato gusti, amicizie, ha immortalato scorci di vita, come quello scatto nella notte di Halloween, a poche ore dall’omicidio. Persino Hugh Grant ci è finito involontariamente. Una studentessa inglese ha deciso di mettere nel suo cassetto la foto dell’attore, nel bel mezzo di un party tra sbronze e collegiali sexy. Peccato che poi abbia voluto condividere con l’intera comunità di Facebook il ricordo di quella serata.
Il fenomeno, insomma, è imponente. E si è trasformato persino in una fonte di informazione giornalistica. La stampa internazionale, specie quella britannica, usa Facebook per conoscere dettagli della vita privata di uomini nell’occhio del ciclone e se ne serve per scoprire legami e amicizie. Lo ha fatto, per esempio, nello scandalo sul finanziamento illecito del partito laburista, per scovare intrecci e relazioni nascoste dell’immobiliarista Abrahams finito nel polverone e così anche, insieme agli inquirenti, nell’assassinio di Meredith.
Un pezzo di vita, insomma, passa da lì, da questa sorta di anagrafe virtuale e volontaria, in cui la privacy è spesso vittima dell’autorinuncia. Nulla a che fare col furto dei dati bancari. Il tuo profilo è lì, con i tuoi giochi, i tuoi sogni, i ricordi, i tic e le manie. Tu decidi se lasciare aperto l’accesso agli “amici”. Una volta spalancate le porte, però, il privato è acqua passata.
C’è però un’ancora di salvezza ed è la consapevolezza degli utenti. Qualche giorno fa, dopo che il nuovo sistema pubblicitario Beacon aveva chiesto espressamente di abbassare le difese sulla privacy, in 55mila si sono ribellati e il fondatore, il piccolo genio Mark Zuckerberg, non ha esitato molto a scusarsi.