L’Arcimboldi e quelle critiche «teatrali»

Fatico a capire le ragioni dell’insistenza e della frequenza del fuoco incrociato degli editorialisti delle pagine milanesi de La Repubblica contro di me e le iniziative da me promosse e sostenute. Per richiesta dell’ufficio stampa del Piccolo, dopo una prima riunione informale (a due giorni dalla nomina del direttore centrale dell’assessorato e a due mesi dal mio insediamento) delle fondazioni che hanno consentito il funzionamento dell’Arcimboldi dopo la separazione dalla Scala, ho convocato una conferenza stampa per annunciare la ripresa dell’attività, non avendo la precedente amministrazione deliberato il nuovo Statuto, e non essendo, per evidenti limiti di tempo, ancora ufficialmente nominati i membri del Consiglio d’Amministrazione, dal Presidente, al Soprintendente, ai direttori.
Come giudicare, allora, l’attività di un organo che non c’è, semplicemente sulla base della prosecuzione di un’attività di ordinaria amministrazione, già precedentemente programmata? Annullare i contratti e gli spettacoli? Tenere chiuso l’Arcimboldi? Non darlo alla Cgil per le sue manifestazioni, o al Fai per il concerto di Lucio Dalla? La conferenza stampa di pura enunciazione di alcuni spettacoli senza nessuna (impossibile in mancanza dell’organo decisionale) programmazione è semplicemente l’accompagnamento dell’operosità dell’ottimo direttore di settore, dipendente dell’Assessorato, Massimo Accarisi, che ha consentito, sul piano amministrativo, il funzionamento dell’Arcimboldi nella precedente stagione.
Per le sofisticate editorialiste Anna Bandettini e Paola Zonca, era meglio tenerlo chiuso? Come esprimere una stagione senza l’insediamento di soprintendenti e direttori? Vorrei sapere a cosa si riferisce la Bandettini quando dice che «ci siamo abituati all’assessore Sgarbi che le spara grosse, ma questa è vera: gli Arcimboldi avrà sei direttori, un Soprintendente... e un Presidente». Quando è che non sarebbe stata vera? Cosa ho sparato che non ho fatto? Venga la Bandettini, da qui al 14 ottobre, per la parata di straordinarie mostre che si verranno aprendo. Quanto all’Arcimboldi, come si può parlare di «una stagione che già si preannuncia un ibrido senza progetto, con cinema, tv, danza, letteratura, arte, nonostante l’impegno che potranno metterci i direttori, tutti esperti, ma nessun grande nome»? Come si fa a giudicare ciò che non è? Si potrà consentire, dal momento in cui saranno nominati, agli esperti senza grande nome, di lavorare al programma almeno per un mese, e poi presentarlo?
E poi perché un grande nome dovrebbe dare maggiori garanzie? Erano grandi nomi, prima di misurarsi con la Scala, Fontana e Wismer? E la Bandettini sa dirmi i nomi dei Soprintendenti del Teatro Regio di Torino, dell’Arena di Verona, del Massimo di Palermo, o del Bellini di Catania? Sono grandi nomi, o sono bravi? Quanto a Fabio Canessa, editore sconosciuto in Comune, egli è ben conosciuto, con la sigla Actis, ai lettori di Chapek o di Marianelli, che lo devono ringraziare per le sue scelte sofisticate. Anche Bobi Bazlen, forse sconosciuto alla Bandettini, non era «un grande nome», ma, grazie a lui, è nata la casa editrice Adelphi.
Posso anche rispondere all’altra domanda inquietante della Bandettini: «Quanto costeranno?». Poco, molto meno (tutti insieme) di quello che Biagi costa al Corriere, di quello che Santoro costa alla Rai, e di quello che Merlo costa a La Repubblica. Qualcuno pensa che quelle collaborazioni siano «dissipazione»? Quanto alla maliziosa Zonca, le sue riflessioni su Micheli sono la semplice estensione delle mie dichiarazioni sui legittimi dubbi di chi deve affrontare una situazione ancora incerta e che non sarebbe risolta neppure con l’intervento della Regione. Occorre una soluzione più fantasiosa, che, io so per certo, i direttori di non «grande nome» sapranno offrire, con forti contributi di sponsor, al Presidente, il quale, già sollecitato dal ministro Rutelli a lavorare su un «Progetto Milano», non dovrà fare altro che garantire all’Arcimboldi il doveroso finanziamento di Stato. Impegno esclusivo di chiunque sia Presidente.
La serietà di chi vuole il tempo per riflettere sull’opportunità di accettare una proposta, mettendo in gioco il proprio nome, è fatta passare per desiderio di «sfilarsi da un progetto che non ha una forte identità e che pare piuttosto un’accozzaglia un po’ casuale di serate». Allo stato non c’è, e non ci può essere, alcun progetto. Ma ci sono sicuramente delle intenzioni che verranno formalizzate quando il Consiglio dell’Arcimboldi sarà insediato. Né possono essere dette «accozzaglia» le prenotazioni di serate già programmate dal direttore Paolo Arcà. Soltanto dopo le nuove proposte, non ancora concepite, di direttori non ancora nominati, mi aspetto critiche, pettegolezzi, polemiche. Ma non prima che tutto abbia inizio, e semplicemente sulla base della programmazione già concepita nell’anno precedente e oggi soltanto enunciata. Si può criticare qualcuno perché vive?