L’argine etico

Turi Vasile

In occasione del referendum per la procreazione assistita è sembrato talvolta che ci fosse un contrasto tra laici e cattolici; qualcuno ha voluto vedervi una sorta di guerra di religione. L’esito della consultazione si presta invece a dimostrare l’esemplare equilibrio degli italiani. Essi, in un modo o nell’altro, hanno preferito affidare al Parlamento, eletto per fare, disfare, correggere leggi, la soluzione di un problema così diversamente interpretabile anche dagli scienziati, piuttosto che pronunciarsi con una crocetta sul sì o sul no, sull’onda di emozioni e suggerimenti anche politici del momento.
Nel loro recente incontro Benedetto XVI e il presidente Ciampi hanno ribadito le rispettive competenze. Questi orgoglioso, come tutti noi cittadini, del suo impegno laico, l’altro fedele alla millenaria missione di interpretare e attuare la rivoluzione cristiana che con il libero arbitrio ha conferito all’individuo la sua responsabilità personale nel bene e nel male; il che conferma la possibile armonica convivenza dei due regni. L’affermazione del Papa invece non ha mancato di rinfocolare la critica dei referendari alla Chiesa, alla quale viene negato il diritto di dare consigli ai fedeli in una materia con implicazioni squisitamente etiche e morali. Così Benedetto XVI è stato criticato dagli stessi che, dopo averlo in precedenza salutato con favore, oggi lo rinnegano solo perché non asseconda le loro tesi. Costoro pretenderebbero un Papa a loro immagine e somiglianza, che contraddica la sua vocazione e la sua fede.
Codesto contrasto tra cattolici e laici, oltre a non esistere in termini così irriducibili, rischia di distrarci dalla deriva eugenetica che scorre nel fondo della nostra incoscienza. La sua origine potrebbe essere fissata nel corso della Seconda guerra mondiale quando l’uomo, trascinato dalla disperazione che aguzza l’ingegno, ebbe la conferma della sua possibilità di manipolare la materia e la vita. La disgregazione dell’atomo gli offrì nuove armi di distruzione anche totale, costante spada di Damocle sul collo dell’umanità; la modificazione genetica gli affidò il destino programmato delle creature sottratte alle leggi naturali. Dietro l’angolo, a nostra insaputa, aspettano, preannunciati da cinema e letteratura, i bioingegneri con le catene di montaggio già pronte per sfornare in serie tanti «ragazzi del Brasile». La dottrina di Hitler, quella di una scienza senza freni, potrebbe rappresentare la vendetta del Terzo Reich sconfitto solo sul campo.
L’inviolabilità della vita umana, al di là delle anguste recenti polemiche, dovrebbe perciò unire laici e cattolici nella sua difesa ad oltranza fin dall’accertato inizio. Il pericolo che il progresso possa uccidere il progresso non è frutto di una farneticazione apocalittica a buon mercato; casomai è un presentimento escatologico in cui l’angoscia della catastrofe si accompagna all’attesa di un nuovo ciclo. Grandi civiltà, del resto, sono morte nel passato millenario vittime del massimo sviluppo delle loro conoscenze. Gli Incas, gli Egizi, i Cinesi... Ruderi ciclopici scoperti di recente ne sono la conferma. Forse nel nostro orizzonte così dilatato è in pieno sviluppo rigoglioso l’albero della scienza che offre, seducente e tentatrice, la mela alla novella Eva perché la morda a conclusione di un’era.
Abituati a vivere nell’effimero si può ridere di queste ubbie. Anche se scarsamente abilitati a ergerci giudici di fenomeno di tanto respiro, abbiamo tuttavia diritto alla presunzione di sentirci sul filo dell’inarrestabile corrente della civiltà umana. Dobbiamo però acquistarne consapevolezza fin dalle prime avvisaglie come quelle rivelate dal recente referendum. La scienza senza argini etici e con l’alibi di solo probabili vantaggi sanitari sostituibili può portarci alle rapide destinate a travolgerci. È un’eventualità lontana, forse lontanissima. Ma perché toglierci l’illusione di vivere anche nel futuro?

Annunci

Altri articoli