L’ariaccia ha contagiato Veltroni

«Aggrappati a questo 25 aprile per non perdere il dono della libertà». «La destra va all’assalto». «In piazza per fermare il nuovo squadrismo». Ieri i titoli del Manifesto e di Liberazione preannunciavano il clima in cui sarebbe stato celebrato il sessantatreesimo anniversario della Liberazione. La festa nazionale, il momento di concordia del popolo italiano nel ricordo d’una data importante, erano asserviti a due obbiettivi di meschina politica politicante: la voglia se non di impossibile rivincita almeno di acre rivalsa piazzaiola dopo la recente sconfitta elettorale; e il forsennato tentativo di presentare lo schieramento di centrodestra, in vista del ballottaggio romano, come un’accolita di squadristi in orbace, di estimatori del dottor Goebbels, di nostalgici del manganello.
Lasciamo dunque da parte i nobili e rituali appelli del presidente Napolitano. Lasciamo egualmente da parte le espressioni appropriate con cui Silvio Berlusconi, premier in pectore, ha a sua volta sostenuto la necessità d’una pacificazione nazionale. Le parole dell’uno e dell’altro, alte e condivisibili, sono rimaste senza eco in quanti vedono nel 25 aprile il pretesto per resuscitare allarmi grotteschi e per mettere in camicia nera, oggi, tutti i simpatizzanti di centrodestra. Ossia ben oltre la metà degli italiani.
«Tira un’ariaccia a Roma, inutile negarlo» ammoniva il Manifesto. E chi lo nega? Tira davvero un’ariaccia se gente che vive in questo Paese, e gode delle libertà che esso - pur con i suoi mille difetti - garantisce, annuncia che la dittatura neomussoliniana è alle porte. Questo mentre un pattuglione di no global violenti e arroganti viene mandato assolto da una Corte d’Assise. L’isterico «no pasaràn» è intonato non per realizzare chissà quali disegni rivoluzionari, o per sventare chissà quali catastrofi, ma semplicemente per mettere Rutelli anziché Alemanno su una poltrona di sindaco.
Guai se un esponente del centrodestra evita di partecipare a manifestazioni durante le quali sarebbe immancabilmente coperto d’insulti. Un poco di buono. Guai se il Cavaliere riceve Ciarrapico. È la dimostrazione della sua fede nella svastica. Più che i singoli episodi di settarietà - ad esempio i fischi alla brigata ebraica partigiana - colpiva proprio l’ariaccia dalla quale è stato contagiato anche il buonista Veltroni.
Un’annotazione ultima. Furio Colombo ha affermato con slancio epico, sull’Unità, che il 25 aprile «tutti gli italiani sono tornati liberi, normali, eguali, non più divisi tra persecutori e vittime». Non proprio tutti. A molti vinti toccò in sorte di essere molto meno eguali degli altri, e di finire sottoterra.
Mario Cervi