L’Ariosto si rimangia le accuse a Priore

In aula a Milano retromarcia della teste che dichiarò di aver visto il giudice al casinò e a cena con Previti: «Potrei essermi sbagliata»

da Milano
Dieci anni fa era sicura. Ora meno, molto meno, la memoria restituisce immagini sbiadite. Stefania Ariosto non punta più il dito. Ora è tempo di ammettere gli errori, gli sbagli, gli abbagli. Rosario Priore, il giudice istruttore di Ustica e dell’attentato al Papa, l’ha querelata dopo aver letto le sue dichiarazioni; ora è lei sul banco degli imputati, accusata di calunnia in un processo singolare anche dal punto di vista del metodo: a muovere le contestazioni c’è la Procura generale che ha tolto il fascicolo dalle mani inerti della Procura.
E lei torna faticosamente sui suoi passi: «Sul giudice Priore potrei essermi sbagliata». Il punto è che sul giudice Priore, oggi dirigente del Ministero della giustizia, Stefania Ariosto sembra essersi sbagliata un po’ troppo. Nel 1995 la signora era un fiume in piena e aveva inserito pure Priore fra le toghe alla corte di Cesare Previti. Formando un treno impressionante di accuse. Lei aveva riconosciuto Priore a casa Previti. Lei l’aveva incrociato al casinò di Montecarlo. Lei l’aveva incontrato in America al viaggio Niaf in onore di Bettino Craxi. Lei aveva visto i gioielli preparati per la signora Priore. Ora due, anzi tre di quei vagoni finiscono su un binario morto. In pratica, di tutta la storia resta in piedi il capitolo più leggero: il viaggio a New York a spese del Psi.
«Posso essermi sbagliata», dice l’Ariosto a proposito della frequentazione di Priore del salotto di casa Previti. E lo stesso concetto viene ripetuto per i viaggi a Montecarlo: «Oggi non sono più così convinta, può darsi che mi sia sbagliata». Curioso. Solo pochi minuti prima, in aula due testi hanno confermato la versione dell’Ariosto prima maniera, anni Novanta. Allora a Montecarlo lei aveva indicato un tizio dicendo: «Ci sono anche dei magistrati nella casa da gioco, c’è il giudice Priore».
«Perché ritratta solo ora?», le chiedono. Lei se la cava con una dose di minimalismo: «Quando ho fatto quelle dichiarazioni era convinta che fosse tutto vero». Poi prova, debolmente, a contrattaccare: «Se sono imputata posso anche mentire. No?» Il giudice Oscar Magi, che per il caldo insopportabile si è tolto la toga, le dispensa un consiglio: «Può anche avvalersi della facoltà di non rispondere».
Si passa ai gioielli. Questa volta l’imputata difende le vecchie affermazioni: «Fu Carlo Eleuteri con il quale avevo un rapporto strettissimo, a dirmi che Previti acquistava da lui gioielli destinati a magistrati». In aula, Eleuteri ha dato una spiegazione assai diversa: era Silvio Berlusconi a commissionargli regali di valore per i suoi collaboratori. Lui preparava le scatole allegando le foto dei pezzi contenuti, ma non sapeva a chi fossero destinati. Priore ha sempre negato di aver ricevuto omaggi preziosi. Alla fine, la trincea scavata dall’Ariosto frana: «Io vidi il vassoio con tanti pacchettini di gioielli, ma non li guardai uno per uno per vedere se c’erano indicazioni specifiche sui destinatari. Sentii le parole di Eleuteri e feci una mia deduzione, in conseguenza di quello che era successo in passato e di altri fattori».
Dieci anni dopo, il dito dell’Ariosto non indica più nulla di preciso. Resta solo quella trasferta a New York. «Viaggio pagato da Previti a un gruppo di magistrati romani». Viaggio ammesso e raccontato fin nei dettagli dallo stesso Priore. Imbarazzante, forse, da un punto di vista deontologico. Ma nulla più.
Priore ascolta attento. Lei sbanda. Lui ha già vinto una causa civile, lei ha già dovuto pagargli 25mila euro di risarcimento. Ora però rischia di scivolare sulla calunnia. Prossima udienza il 5 ottobre.