L’arma dell’energia

In fondo, era tutto previsto, meno di un anno fa. Bastava ascoltare il deputato russo Konstantin F. Zatulin, direttore dell’Istituto della Comunità degli Stati Uniti. Per noi occidentali un illustre sconosciuto, per i russi quasi un oracolo. Era il dieci maggio e il vento della democrazia popolare ai confini dell’ex Unione Sovietica sembrava inarrestabile. Quel giorno Bush salutava dalla piazza centrale di Tbilisi il trionfo delle «rivoluzioni popolari democratiche», rosa in Georgia e arancione in Ucraina, che avevano portato questi Paesi fuori dall’orbita russa. Putin stesso sembrava debole, confuso, impaurito. Era convinto che Washington stesse incoraggiando una «ribellione degli studenti» anche sulla Piazza Rossa e per cautelarsi aveva creato, nel giro di pochi giorni, un imponente movimento giovanile di giovani fedelissimi patrioti. Putin non controllava più le frontiere dell’ex impero sovietico ed era costretto a puntellare il proprio potere interno. O almeno così sembrava. Zatulin, quel 10 maggio 2005, in un’intervista al Giornale ammoniva: «Gli Usa hanno vinto solo il primo round. La partita non è affatto conclusa e riprenderà proprio in Ucraina».
La battaglia del gas tra Mosca e Kiev, che in queste ore fa vivere all’Europa lo spettro di una crisi energetica, dimostra quanto accurata fosse la sua analisi. E non si tratta semplicemente di una «vendetta» nei confronti dei «confratelli ucraini», ma di una strategia destinata a restituire alla Russia quello status di grande potenza, perso dopo il crollo dell’Urss. Senza, ovviamente, ricorrere a un dispendioso quanto inutile riarmo. La globalizzazione, a tal fine, è più che sufficiente. Gli strateghi del Cremlino hanno capito che il boom economico della Cina e quello, lento ma solido, dell’India, influenzerà per molti anni il prezzo di materie prime - come il gas, il petrolio, i metalli preziosi - di cui la Russia è ricchissima e ci cui tutti i Paesi industrializzati hanno disperato bisogno. È un problema che non riguarda solo noi europei ma anche, in misura inferiore, gli Stati Uniti e, in proporzione maggiore, tutto l’Est asiatico.
Negli ultimi dieci mesi Putin si è mosso per diventare l’alleato di cui quasi nessuno, nel mondo, può fare a meno. Ha firmato con i tedeschi l’accordo per la costruzione di un nuovo gasdotto nel Mar Baltico, ha alzato il livello della cooperazione economico-strategica con Nuova Delhi, ha preferito Pechino al Giappone quale sbocco di un altro metanodotto siberiano. Si permette persino di mantenere eccellenti rapporti con un’altra potenza energetica, l’Iran, fornendole reattori nucleari, a dispetto dei noti timori di America ed Europa sui programmi bellici degli ayatollah. Con il petrolio oltre i 60 dollari, la Russia sa di essere corteggiata; sa, soprattutto, di poter porre condizioni. Con i vicini di casa - come, appunto, l’Ucraina - il gioco è ancora più semplice, perché la rete di approvvigionamento creata ai tempi dell’Urss, li rende dipendenti. Senza il metano russo, Kiev non sopravvive a lungo; la piccola Moldavia, altra Repubblica staccatasi dall’influenza del Cremlino, già ieri era a secco. E quando la leva energetica è inutilizzabile, ad esempio nel Kazakhstan ben provvisto di petrolio, Putin ricorre ai sodalizi dettati dalle logiche di clan. Di fronte al pericolo di essere rovesciati come a Tbilisi, molti satrapi locali preferiscono accettare la protezione gentilmente offerta da Mosca, tanto più che non è vincolata allo sviluppo della democrazia e al rispetto dei diritti umani.
Putin ha imparato a muoversi. E ad argomentare le proprie decisioni. Quando chiede all’Ucraina il pagamento del gas ai prezzi correnti, avanza una pretesa che gli Stati Uniti, nel merito, non possono contestare: non sono loro, da sempre, a sostenere le virtù di una libera economia di mercato? E infatti, nella crisi di questi giorni, la voce di Washington quasi non si è udita. Solo ieri ha stigmatizzato «l’uso dell’energia come strumento di pressione politica». Un po’ poco, considerato che a pagare il prezzo è un alleato fedele e promettente quale Yushchenko. L’America ha di che riflettere. Si era illusa che bastasse rovesciare il vecchio regime per ancorare l’Ucraina all’Occidente. Sperava che bastassero i finanziamenti internazionali e gli investimenti privati ad avviarla sul cammino della prosperità. Si accorge di essere stata troppo ottimista. E di aver sottovalutato Vladimir Putin.
marcello.foa@ilgiornale.it