L’arma finale di Dario: una tassa sulle ostriche

Nel Partito democratico ferve il brainstorming, direbbe Walter Veltroni, la tempesta di cervelli, per fornire argomenti propagandistici sempre nuovi e di facile presa al successore Dario Franceschini. Il bello è che non più tardi di domenica scorsa il bulimico Ciuffolino ha dichiarato in un’intervista al giornale della sua città, La Nuova Ferrara, che gli italiani non mangiano con gli annunci. Ci vuole una bella faccia tosta.
Una fonte bene informata mi ha rivelato che dopo l’assegno ai disoccupati, il blocco dei licenziamenti per un anno, l’una tantum sui redditi superiori ai 120.000 euro, l’accorpamento del referendum con le elezioni, l’assunzione di 5.000 agenti di polizia e gli investimenti sulla green economy, il nuovo segretario del Pd si appresta a lanciare un pacchetto organico di proposte sul versante fiscale, roba che le ultime finanziarie al confronto sembreranno acqua fresca. La strategia populistica a uso e consumo dei mass media, inaugurata con la visita ai lavoratori della Malpensa e proseguita con la telefonata al ragazzo italo-etiope aggredito a Napoli e la cartolina per il premier Silvio Berlusconi imbucata due giorni fa in una cassetta postale di Rho, ha l’evidente scopo di garantire a Franceschini un titolo al giorno sui quotidiani e nei tiggì. Non a caso dal 21 febbraio, quando è stato eletto, fino a domenica scorsa, l’Ansa aveva già trasmesso ben 440 notizie recanti nel titolo il cognome del leader democratico: Berlusconi, che è presidente del Consiglio e gira il mondo, è riuscito a guadagnarne appena 47 in più.
Ma vediamo nel dettaglio le misure per fronteggiare la crisi economica che Franceschini presenterà con tutta probabilità il 1° aprile. La prima è una vera e propria V2: una tassa di possesso di 10 euro sui telefonini. Considerato che l’Italia ha la più alta diffusione al mondo di cellulari (1,5 per abitante), il gettito che ne deriverebbe è imponente: circa 900 milioni di euro. Il segretario del Pd conta tuttavia di superare i 2 o 3 miliardi raddoppiando la tassa per chi possiede un telefonino con fotocamera superiore a 1,3 megapixel, triplicandola se l’apparecchio è dotato di Bluetooth e wifi, quadruplicandola se fra le suonerie sono compresi il nitrito di cavallo o la sigla dei Cesaroni, attualmente fra le più scaricate sul Web.
Per colpire i consumi voluttuari, Franceschini vorrebbe far lievitare dal 20% al 40% l’aliquota Iva su ostriche, aragoste e granseole e al 70% su tartufi, caviale e zafferano, mentre il suo staff sta ancora valutando l’opportunità o meno di ridurla al 10% o addirittura di abolirla per salama da sugo, ciccioli, anguille di Comacchio e vongole di Goro, un’agevolazione che potrebbe essere interpretata come un favoritismo al collegio elettorale del segretario. Sul fronte del lusso si profilano anche le seguenti sovrattasse: sugli spot televisivi dei profumi italiani che finiscono con una cazzata incomprensibile sussurrata in lingua francese; sulle inserzioni delle case di moda in cui i modelli sono androgini o hanno la frangetta che gli copre un occhio; sulle pubblicità stradali di Intimissimi e Yamamay, in rapporto alla superficie di epidermide scoperta.
Novità che dovrebbero garantire un gettito elevato sono allo studio anche nel comparto dell’informazione: contributo di solidarietà per le vittime degli stupri commisurato al numero di titoli dedicati ogni giorno all’argomento; tassa sulle querele; tassa sulle smentite; tassa su chiunque adoperi in video l’interiezione «come dire?», analoga a quella che si abbatterà su chi pronunci in pubblico l’espressione «robe da matti» (lo so, è pazzesco, ma in Italia renderà tantissimo); tassa sui titoli che cominciano con «È scontro» oppure «È giallo» (nel secondo caso con addizionale qualora sia riferita al ritrovamento di cadaveri); tassa sulle necrologie, ché tanto tutti devono morire e tutti vogliono farlo a mezzo stampa.
Sempre in ossequio alla legge dei grandi numeri, Franceschini vedrebbe di buon occhio, soprattutto ora che dal Pd è uscito Willer Bordon, un’imposta anagrafica per i genitori che chiamano i figli Kevin e Samantha in luogo dei tradizionali Giuseppe e Maria. I suoi consiglieri lo starebbero tuttavia dissuadendo con un argomento inoppugnabile: a Codigoro, il ragionier Ero (senza la «s») Carli, capo dell’ufficio anagrafe nel secolo scorso, registrò per anni, come del resto un po’ tutti i suoi colleghi della provincia di Ferrara, le nascite di Fiordisaggio, Gadium, Altomare, Deleridemio, Fernasta, Dalmerisedie, Naufosat, Trefoide, Marx, Difendicesare, Scespir, Tolstoi, Ciglio, Stoviglia, Dazio, Birmano, Festino, Rapina, Sessualdo, Termine, Dolente, Eustronzio e molti di costoro votano ancora per il Pd. Entrate straordinarie dovrebbero infine essere garantite da nuovi balzelli di massa sui tatuaggi, così la Finanza d’estate potrà beccare gli evasori per strada o in spiaggia senza bisogno di costose indagini; sul bridge e sul golf (tassa raddoppiata per chi gioca male: si prevede un extra gettito assai cospicuo); sulla radiodiffusione del brano Sincerità cantato da Arisa.
Va riconosciuto a Berlusconi il merito d’aver intuito per primo che l’ex democristiano Dario Franceschini è un furbastro di tre cotte capace di bucare il video come pochi, sia pure con ragionamenti che hanno la profondità di una pozzanghera. Quando il segretario del Pd va a Unomattina per dire, col suo slang da mezzadro senza arroganze, che il sogno del Cavaliere è quello di poter disporre nel proprio ufficio di un bottone da pigiare a piacimento, in modo da surrogare le funzioni di deputati e senatori e votare per tutti, dimostra una scaltrezza istintuale nell’intercettare la platea nazionalpopolare con suggestioni appropriate, cioè dozzinali. Questa aggressività urticante, avvolta nei velluti della bonomia emiliana, risulta assai più efficace della monotona mestizia di un Fabrizio Cicchitto, che declama con la palpebra ammainata la dichiarazione di rito per il Tg1 e talvolta distoglie lo sguardo dalla telecamera prim’ancora che l’operatore l’abbia spenta, come se il suo sensorio tracimasse di noia.
Non sottovaluterei la capacità tentacolare del segretario democratico nell’ingombrare, con la sua insussistenza, la vastità del proscenio che s’è messo a presidiare stabilmente subito dopo aver precisato di considerarsi provvisorio. Vi dico solo questo: quando, era il 2000, andai nella sua Ferrara a ritirare il premio Estense, Franceschini si materializzò alla cerimonia nel Teatro Comunale trascinandosi appresso non soltanto Enrico Letta, all’epoca ministro dell’Industria, ma persino Antonio Bassolino, governatore della Campania. Non venne certo per omaggiare me. Però c’era, e col seguito. Prepariamoci a vederlo sempre più spesso dappertutto, a esercitarsi su tutto, a inventarsi di tutto. Qualcosa mi dice che non ci libereremo di lui tanto facilmente.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it