L’arma finale dei ribelli «Basta un tavolino rotto e l’aereo non decolla»

C’è uno sciopero che non è uno sciopero. Lo si fa lavorando, ed è peggio di uno sciopero vero. Perché non ha bisogno di essere proclamato in anticipo e autorizzato, non richiede di cammellare le truppe di lavoratori a Roma al Circo Massimo o in piazza San Giovanni, al sindacato non costa un euro, la busta paga a fine mese è intatta perché i dimostranti non perdono la giornata, e se qualcuno avesse il coraggio di lamentarsi la risposta è pronta: «Cosa volete? Noi stiamo facendo il nostro lavoro, al millimetro».
Si chiama sciopero bianco ed è l’ultima frontiera della protesta Alitalia. Attenzione, perché è un’operazione subdola, una carognata. Formalmente i lavoratori rispettano nel minimo dettaglio i regolamenti, ma di fatto boicottano l’azienda e i clienti. Che cosa c’è di sbagliato se piloti, hostess, addetti al check-in o al deposito bagagli rispettano alla lettera le procedure? Nulla, anzi: magari lo facessero tutti i giorni, visto che si tratta di aerei e passeggeri in volo. Il problema è che sono gli stessi sindacalisti dell’aria ad ammettere di usare i manuali operativi come grimaldello per scardinare quel che resta dell’azienda.
Lunedì l’improvvisato Comitato di lotta di Fiumicino ha dichiarato uno sciopero immediato di 24 ore che ha precipitato nel caos il trasporto aereo italiano. Le cinque sigle autonome che – a differenza delle quattro confederazioni maggiori – non hanno sottoscritto le intese con Cai, si sono dissociate dall’iniziativa fuorilegge. E agli occhi dei mass media hanno fatto la figura dei sindacati «responsabili» contrapposti all’insensatezza di Aquila selvaggia. Non è così. La «banda dei cinque» è dalla stessa parte degli irriducibili. «Abbiamo lo stesso obiettivo – ha urlato il presidente dell’Anpac Fabio Berti durante l’assemblea che ha preceduto la rottura –, spaccarsi è una grandissima cavolata. Sarà una guerra lunga, non dobbiamo fare proteste e blocchi senza senso: ci precetterebbero in mezz’ora». Cosa che lunedì è puntualmente avvenuta, anche se la precettazione non è la Fata Turchina che con un colpo di bacchetta magica riporta immediatamente ordine negli aeroporti.
«Il problema è trovare il modo giusto di protestare», hanno tuonato i leader della contestazione. E qual è questo modo? Indovinato: lo sciopero bianco. «Dobbiamo insistere con il puntiglioso rispetto dei controlli, delle procedure a terra e a bordo degli aerei – hanno dettagliato i cosiddetti “moderati” –. Dobbiamo far capire alla Cai che sarà come nella giungla del Vietnam. Se c’è una lucetta che si accende e l’aereo non parte, siamo nella legge. In pochi giorni avremo la paralisi del trasporto aereo, in modo democratico e legale».
Così, cari viaggiatori Alitalia, sapete chi ringraziare se il comandante tarda delle mezzore a farvi salire, come è capitato l’altro giorno ai 150 passeggeri del Linate-Roma delle 8. Oppure se il volo viene soppresso con i passeggeri già allacciati ai sedili perché il personale di bordo scopre un problema improvviso e talmente grave da impedire il decollo come un guasto a un tavolino reclinabile, episodio successo sempre lunedì al Linate-Bruxelles delle 11,25.
Gli strumenti dello sciopero bianco sono infiniti. Manuale operativo alla mano, tutto può essere occasione per rallentare o addirittura bloccare le operazioni di volo. Un pilota può leggere con grande concentrazione e in tutta calma la documentazione che gli viene consegnata al «briefing» prima dell’imbarco, fino all’ultima virgola. Può convocare il personale di terra, prelevare un campione di carburante e, con l’aiuto di una pasticca di reagente, assicurarsi che non vi siano tracce d’acqua. Può decidere di verificare di persona i bagagli nella stiva, uno per uno, in modo da accertare che il peso non ecceda i limiti. Può chiedere agli assistenti di volo di controllare scrupolosamente ogni sedile, ogni cappelliera, ogni tasca portaoggetti per sincerarsi che non vi sia nulla di pericoloso o sospetto. Se l’apparecchio procede lentamente sulla pista e tarda il decollo (con conseguenti ritardi a catena per gli aerei che seguono), è perché il comandante giudica che quella sia la velocità più adeguata alle condizioni dell’asfalto.
«Non siamo pazzi, abbiamo sempre garantito la sicurezza – confida un pilota – e abbiamo sempre volato anche se, per esempio, il computer del meteo è fuori uso: basta controllare le condizioni del tempo su un altro computer. Da oggi invece resteremo a terra». «Noi facciamo solo il nostro dovere – è il proclama di Massimo Notaro, leader dell’Unione piloti –, capiterà così tutti i giorni perché vogliamo che l’azienda funzioni al meglio e se non è tutto in regola non si vola. La Cai è avvisata». E anche chi vola Alitalia.