L’arma di Gheddafi: 17mila clandestini usati come "missili"

Il Colonnello sfrutta l’emergenza degli sbarchi per alzare la posta con l’Italia. Nel 2006 ne sono arrivati da Tripoli più di 21mila

da Milano

Si chiamano clandestini i nuovi «missili» libici che partono da Tripoli, destinazione Lampedusa. Solo l’anno scorso ne sono piovuti in Sicilia 16.875. Tantissimi, ma meno dei 21.400 del 2006 e dei 22.591 del 2005. Il perché non è legato alle condizioni del mare o alla lotta all’immigrazione, ma alle bizze del colonnello Gheddafi, che li sfrutta con spregiudicatezza per alzare la posta nella delicata partita a scacchi con l’Italia.
Lo scorso 29 dicembre 2007, giorno della firma dell’accordo di cooperazione tra Italia e Libia tra Giuliano Amato e il ministro degli Esteri della Libia, Abdurrahman Mohamed Shalgam, il leader libico aveva incassato l’ennesimo «pedone»: una task force italo-libica per pattugliare le coste e la cessione temporanea di sei unità navali della Guardia di finanza alla Libia (tre guardacoste classe «Bigliani» e tre vedette classe «V 500»). Ma quell’intesa è rimasta lettera morta, visto che il governo Prodi non ha neanche mai nominato il rappresentante italiano della struttura interforze.
Ora che il bel tempo si avvicina, il Colonnello torna alla carica. Per adesso le cifre di quest’anno sono in linea col 2007 (il primo sbarco a Lampedusa, ironia della sorte, seguì di pochi giorni la storica firma). I 17 clandestini arrivati il 6 gennaio, complice il bel tempo e il mare calmo, ne hanno «richiamati» finora altri 400. Tutti partiti dalla Libia, in particolare dalle coste ovest, tra Zuwarah e Misratah. È qui l’imbuto dei disperati che risalgono dall’Africa subsahariana e Corno d’Africa. E che hanno gioco facile nel varcare senza problemi gli oltre 2mila km di frontiere in pieno deserto. Tanto che il Centro di prima accoglienza di Lampedusa, la cui capienza è appena di 600 posti, è già alla quota collasso di mille extracomunitari.
Ma il vero chiodo fisso del Colonnello è il lungo contenzioso italo-libico sui risarcimenti per l’occupazione coloniale italiana. La forma di riparazione è nota: la costruzione di un’autostrada litoranea che dovrebbe unire l’Egitto alla Tunisia attraverso tutta la Libia. Costo, tra i 3 e i 6 miliardi di euro. Il primo sì alla grande opera era arrivato nel 2003 da Silvio Berlusconi. Pochi giorni la visita del Cavaliere a Tripoli, nel 2004, il quotidiano del Cairo Al Ahram riferì che la polizia libica, in una retata, aveva arrestato 200 egiziani pronti a sbarcare in Italia, mentre altre 229 persone «di varie nazionalità» erano state espulse». Nel 2005 bastò un incontro tra il colonnello e l’allora titolare del Viminale, Giuseppe Pisanu per rallentare il flusso migratorio sulle coste siciliane. Una logica da stop and go che finora ha pagato.
Oltre a un esercito di disperati (si stima che gli immigrati nordafricani in procinto di partire per l’Europa siano quasi due milioni) dalla sua Gheddafi ha anche l’alibi di aver chiesto (finora invano) a Italia e Unione europea apparecchiature sofisticate: aerei da ricognizione, elicotteri, sistemi radar, motovedette, visori notturni, sistemi di navigazione satellitare. In realtà, secondo i nostri 007, a favorire queste correnti migratorie non sono tanto le frontiere colabrodo ma vere e proprie «reti criminali multinazionali», organizzate e strutturate nei Paesi d’origine e di partenza, che possono contare su collusioni a livello locale. Un mercato, secondo l’ultimo rapporto dei Servizi, tra «i più redditizi della criminalità transnazionale». E che Gheddafi, quando vuole, è in grado di smantellare. Il dato sull’arresto dei trafficanti di uomini (66 nel 2005, 42 nel 2006, 109 nel 2007) sembra confortante ma non deve ingannare. Perché sempre più imbarcazioni vengono affidate al mare senza nessun «nocchiero». E questo spiega il perché della mattanza che si è consumata nel Mediterraneo, 9mila morti in 20 anni. Un immigrato su due partito dall’Africa con destinazione Sicilia, Sardegna, Malta o Spagna non è mai arrivato in Europa.
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