L’arma segreta di Walter per frenare i gerarchi «Sotto il 35% me ne vado»

Nel Pd cresce il disagio per la gestione monocratica della campagna elettorale e si preparano le manovre per il dopo voto. Ma il leader reagisce e minaccia

da Roma

Walter Veltroni punta sul «pareggio» al Senato e vede «una fase costituente» all’orizzonte.
Intanto, la sua campagna cambia segno: basta fair play, ma toni aggressivi e sfida aperta al Cavaliere. «È giunta l’ora di ricordare le malefatte del governo Cdl - spiegano dal loft - e di personalizzare il confronto, perché nei sondaggi leader contro leader Walter è in testa». La svolta veltroniana non è priva di contraccolpi, dentro il Pd. «In poche ore è cambiata improvvisamente la strategia, e questo in campagna elettorale è un errore pericoloso, crea disorientamento», dice un dirigente ds. Ma c’è di più: il braccio destro di Veltroni, Goffredo Bettini, fissa per la prima volta ufficialmente l’asticella del successo: «Se è decisivo vincere, lo è altrettanto impiantare nella storia italiana una grande forza riformista che si attesti attorno al 35%», spiega. E avverte che i leader, «perdenti o vincenti» non devono valere «per tutte le stagioni». Come dire che - se l’obiettivo verrà mancato - Veltroni potrebbe fare un passo indietro. Certo, dai piani alti del Pd si spiega che Bettini parlava «per se stesso». Ma la bagarre si scatena lo stesso. «Bettini ammette preventivamente la sconfitta», tuona la Velina rossissima del Prc, e «afferma che sotto il 35% lui e Veltroni si dimetterebbero». Dal Pd fioccano puntualizzazioni che suonano come prese di distanza: «La partita è aperta, anche alla Camera», assicura il dalemiano Latorre, che chiude la porta a ipotesi di larghe intese: «Anche con un solo voto chi vince deve governare». Anche il presidente del Senato scende in campo: «La partita si gioca non solo al Senato ma anche alla Camera, e noi puntiamo a vincere», dice Marini. Fassino frena: «Nessuno vuol mettere in discussione la leadership di Veltroni, che è stato scelto con un consenso larghissimo alle primarie».
In realtà, l’uscita di Bettini suona come un avvertimento interno: è la teoria del «secondo colpo», per cui la sconfitta elettorale non deve mettere in discussione la leadership veltroniana. Anche la velata minaccia di andarsene serve da deterrente: se Veltroni si sfilasse, difficilmente il Pd reggerebbe. «Si rischierebbe l’implosione», paventano in casa ds. E allora, sconfitta o meno, i maggiorenti del Pd (D’Alema e Marini in testa) dovranno tenersi stretto Walter. E alle sue condizioni: Veltroni sa bene che dopo il voto partiranno le grandi manovre interne per scardinare quella che gli scontenti bollano come «gestione monocratica del partito». Nessuno pensa di disarcionarlo, non nel breve periodo, ma di certo di condizionarlo e metterlo sotto la tutela di una «gestione collegiale» nella quale i vari Franceschini, Fioroni, Marini, D’Alema, Fassino, Bersani, eccetera tornino ad avere controllo organizzativo e spazio politico. Anche accelerando la fissazione di un congresso che disegni organi, regole e apparato di gestione del Pd. «In campagna elettorale nessuno dice niente, ma poi servirà un netto riequilibrio interno», confidano dal Botteghino. Ma Walter, assicurano i suoi, «non ha alcuna intenzione di mollare: è stato eletto direttamente, non c’è nessuno che possa prendere il suo posto con lo stesso consenso. E se ci sarà il pareggio al Senato, sarà un risultato enorme dovuto solo a lui».
E il pareggio, paventano i nemici interni, sarebbe un grande alleato per Walter: «Si riproporrebbe una situazione di emergenza, come quella elettorale, con un qualche governo di concertazione nazionale che, fatte le riforme, riporterebbe alle urne. E lui resterebbe in sella, leader e candidato premier».